Corriere della Sera, 12 marzo 2002
RELIGIONI – Lezione a Milano del cardinale Sepe, prefetto per l’evangelizzazione. Con una denuncia sulle nuove persecuzioni
"Missionari? Rischiano il martirio, come ai tempi delle catacombe"
"Il confronto con gli altri non può diventare fine a se stesso"
Gian Guido Vecchi
Non è facile, specie di questi tempi, tenere assieme dialogo e missione, annuncio del Vangelo e confronto con culture che magari precedono di millenni la predicazione di Gesù. Il cardinale Crescenzio Sepe, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione di popoli, ieri pomeriggio scherzava davanti agli studenti che lo ascoltavano nell’aula magna della Cattolica di Milano, "immaginate i rompicapo del prefetto!"
Ma la Chiesa "è per sua natura missionaria" e in fondo il modo migliore per rispettare gli altri, ha spiegato, è avere rispetto di se stessi: "Entrare nel dialogo non significa mettere da parte le proprie convinzioni religiose, la sincerità del dialogo interreligioso richiede anzi che si entri in esso con l’integralità della propria fede". Resta il fatto che il ciclo di lezioni magistrali voluto dal rettore Sergio Zaninelli e da Ombretta Fumagalli Carulli e Giorgio Feliciani, docenti di Diritto canonico nell’ateneo, ha toccato ieri una delle questioni più delicate del mondo contemporaneo: "Vivere in frontiera comporta non di rado scontri, incomprensioni, talvolta anche il carcere e il martirio", ha ricordato il cardinale Sepe.
Dalla Cina all’Africa, migliaia pagano ancora per la loro fede, come ai tempi delle catacombe.
Lo stesso dibattito, coordinato dal direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, si è incentrato sui rischi speculari dello scontro fra religioni e dell’"indifferentismo e confusionismo". Proprio a Milano, del resto, il cardinale Carlo Maria Martini, punta avanzata del dialogo tra confessioni differenti, metteva in guardia gli studenti: "Se dialoghiamo dimenticando la nostra cultura e chiediamo anche all’altro di fare altrettanto, diventa un dialogo fra asini, tra persone che non hanno nulla da dirsi". Un pericolo che il prefetto ha descritto senza giri di parole: "Sappiamo che in alcuni è presente la tendenza a fare del dialogo, sic et simpliciter, l’unico compito affidato alla missione. In realtà, il dialogo non può diventare fine a se stesso, una specie di "dialogo per il dialogo". Se così fosse, finirebbe per prendere il posto dell’evangelizzazione e questa si ritroverebbe impoverita, svuotata del proprio contenuto". Il dialogo interreligioso, d’altra parte, "è la via alla missione". (…)
Attribuire alle religioni in sé la qualifica di vie per la salvezza è erroneo: un conto è parlare di elementi di verità, un altro attribuire ad ogni religione la patente di verità".
Una lezione di confronto che è anche una lezione di comunicazione, ha osservato de Bortoli. Con una inquietudine: "Viviamo una straordinaria globalizzazione dei media, ma talvolta ho la sensazione che più si sa, più si vede e più si odia". Il cardinale Sepe ha sospirato: "Mah, potrebbe anche essere che più si sa, più si vede e più si impara ad amare".