Avvenire, 19 Marzo 2002
"In Pakistan cristiani indifesi"
Condanna dell'attentato che ha fatto 5 vittime a Islamabad
Anto Akkara
Nuova Delhi. I portavoce della chiesa cattolica in Pakistan hanno condannato l'attentato avvenuto domenica scorsa contro la International Protestant Church, situata all'interno dell'enclave diplomatica nella capitale pachistana Islamabad.
"L'attentato contro un luogo di culto e l'uccisione di persone innocenti non ha precedenti nei Paesi civili e costituisce un gravissimo pericolo per l'armonia religiosa e per l'integrità della nazione", si legge in una dichiarazione "di energica condanna" dell'attentato rilasciata dal National human rights office (Ufficio nazionale per i diritti umani) della Conferenza dei vescovi cattolici in Pakistan.
Domenica mattina (alle 10.50 ora locale) durante la Messa due attentatori non ancora identificati hanno lanciato otto granate all'interno della chiesa. Cinque persone, fra cui la moglie di un diplomatico statunitense, Barbara Green, e la figlia Kristin sono state uccise. Il marito, Milton, è rimasto gravemente ferito. Le altre vittime sono un pachistano e un afghano; un quinto corpo non è ancora stato identificato e gli investigatori stanno cercando di scoprire se possa essere il secondo attentatore; 41 i feriti, di cui 12 pachistani, 10 americani, 5 iraniani, 2 cittadini cingalesi, un iracheno, un etiope e un tedesco. Sono stati feriti anche degli inglesi, canadesi, australiani, svizzeri e afghani. Nessuno ha sinora rivendicato l'attentato, ha precisato il ministro dell'Interno Moinuddin Haider.
Oltre a esortare il governo pachistano ad "accordare e assicurare protezione a tutti i cittadini e residenti del Pakistan" la dichiarazione di Lawrence Saldanha, arcivescovo di Lahore e presidente della Commissione nazionale giustizia e pace ha enfatizzato la necessità di "misure appropriate e risolute per sradicare il terrorismo dal Paese".
La dichiarazione della Chiesa cattolica inoltre sottolinea che "tattiche di una simile codardia, come l'uccisione di persone innocenti, non sono certamente il modo per inoltrare alcun tipo di richiesta o raggiungere un qualunque tipo di obiettivo". Si è anche fatto appello alla popolazione pachistana "affinché si resista a tali odiosi atti terroristi che scalfiscono l'immagine di una nazione unita e civilizzata e danno un cattivo nome al Paese."
La decisa reazione della Chiesa all'attentato continua sulla stessa linea assunta dopo un attacco analogo avvenuto l'anno scorso, per l'esattezza domenica 28 ottobre, nei confronti di una congregazione protestante riunita nella chiesa di san Domenico nella cittadina di Bahawalpur in Punjab.
Il cattolico Tomy Mathew, un funzionario della Indian high commission, l'ambasciata indiana a Islamabad, è rimasto illeso assieme alla moglie e ad altri 24 fedeli dopo l'esplosione delle granate nella chiesa di Islamabad. "Abbiamo visto la morte in faccia. Se siamo vivi, lo dobbiamo alla grazia divina" ha dichiarato Mathew ad Avvenire. "La notte scorsa non siamo riusciti a dormire ripensando a quella scena disumana. Alle 10.50 ho visto un uomo vestito in nero lanciare un oggetto che è poi esploso. La gente ha iniziato a correre in tutte le direzioni. Poi ci sono state esplosioni. Fortunatamente la nostra fila non è stata colpita direttamente", ha ricordato Mathew, originario della diocesi di Palai nello Stato del Kerala Meridionale. Ciò malgrado i suoi indumenti erano completamente macchiati dal sangue dei feriti. Molti dei fedeli giacevano "sul pavimento inzuppati di sangue" quando Mathew, assieme alla moglie, è riuscito a scappare dalla chiesa.
Mathew ha detto che frequentava per comodità gli incontri "informali" alla chiesa protestante visto che questa è più vicina alla Indian high commission rispetto a quella cattolica, molto distante. Altri cattolici erano presenti al servizio domenicale officiato da "persone esperte di teologia e degli insegnamenti della Bibbia" giacché la chiesa protestante non ha un pastore fisso.
I portavoce della comunità cristiana si sono rivelati restii a identificare "motivi e l'identità" di coloro che hanno lanciato l'attacco contro la chiesa situata in una zona diplomatica particolarmente sorvegliata. Un funzionario dell'Ufficio nazionale per i diritti umani a Lahore ha dichiarato che l'attentato è probabilmente "un messaggio diretto" agli Stati Uniti e al generale Musharraf in seguito al tentativo di tenere a freno i gruppi fondamentalisti islamici.
In seguito all'11 settembre gli Stati Uniti hanno fatto pressione sul governo del generale Pervez Musharraf che in seguito ha reso illegali numerose associazioni militanti islamiche e sono già stati arrestati oltre duemila appartenenti a suddette organizzazioni.
(Traduzione di Peppe Orru)