Avvenire, Martedi 09 Aprile 2002

STORIA – Nel primo sito non russo sul sistema repressivo sovietico anche le biografie dei nostri connazionali perseguitati

Gulag, ecco le vittime italiane

Erano militanti comunisti oppure contadini, operai, soldati

Dal 1919 tra loro ci furono 102 fucilati e 158 condannati ai campi di lavoro

Gianni Santamaria

Erano militanti comunisti, oppure semplici contadini e operai, alcuni erano soldati di un esercito in rotta, altri intellettuali, musicisti, professionisti e civili di ogni mestiere. Il tratto che li accomunava era di essere italiani. Il destino crudele che li attendeva era il Gulag.

Secondo le ultime ricerche furono circa un migliaio i nostri connazionali che finirono nella morsa del regime comunista sovietico tra il 1919 e il 1951. Di essi 102 furono fucilati, 153 condannati al campo di lavoro correzionale. Dopo decenni di oblio, le loro storie sono ora a disposizione del pubblico più vasto che ci sia, quello di Internet. Domani, infatti, viene presentato in un convegno a Milano il primo sito web in italiano sulla "Storia del Gulag", (indirizzo: www.gulag-italia.it), che affianca alla descrizione storica del sistema concentrazionario sovietico una sezione dedicata proprio alle schede biografiche (spesso con nuovi particolari) degli italiani finiti nei lager di Stalin.

La riflessione di domani sul Gulag e la repressione degli italiani in Unione sovietica si svolgerà alle 15 presso la Fondazione Feltrinelli (via Romagnosi 3), alla quale si deve l'iniziativa in collaborazione con il Centro "Memorial" di Mosca. Interverranno Carlo Feltrinelli, Nikita Ochotin, Pavel Poljan, Hélène Kaplan e le tre studiose che hanno curato il sito: Francesca Gori, Emanuela Guercetti ed Elena Dundovich. Significativa la presenza al convegno di alcuni familiari delle vittime. Tra essi Gennaro Parenti, figlio di quel Saverio, nato in Russia nel 1896 e capitano in seconda della nave "Kuban", di cui i familiari non avevano saputo più nulla. Ora è emersa la verità, già intuibile: venne fucilato il 28 novembre 1938, nove mesi dopo l'arresto.

Parenti faceva parte di una delle comunità italiane più singolari fra quelle finite sotto il Terrore. Si tratta delle 150 famiglie di contadini di Kerc', in prevalenza pugliesi (ma anche liguri veneti e piemontesi), che erano emigrati in Crimea nell'Ottocento alla ricerca di terre da coltivare. E che furono deportate. Un'altra piccola, simile, comunità era quella costituita da artisti, girovaghi, persone di varia professione che si erano recate nella Russia ancora zarista e vi erano rimaste anche dopo l'Ottobre.

Naturalmente il grosso dei deportati è costituito da quanti erano giunti nella terra del socialismo realizzato proprio dopo quella data, attratti dal "sogno" comunista. Molti vi erano approdati, dopo il '22, dall'Italia mussolianana grazie all'aiuto del "Soccorso rosso". Alcuni, poi, scamparono alle purghe sovietiche arruolandosi per la Spagna. Ma molti - come Ugo Citterio, Mario Cosessi e Giosuè Elli - commisero l'errore di tornare a Mosca, pensando di esservi accolti come eroi. Furono invece messi a tacere, perché testimoni delle nefandezze compiute dalle brigate comuniste nel proprio stesso campo.

Due gruppi - giunti dopo il '17, ma anch'essi in modo del tutto particolare - furono quello degli operai della ditta torinese Riv, inviati a costruire una fabbrica di cuscinetti a sfera. E quello dei soldati dell'Armir, inviati invece a combattere dal fascismo e incappati nella disfatta. In barba alle convenzioni internazionali persero presto il loro status di prigionieri di guerra.

L'iniziativa del sito è collegata anche alla mostra "Gulag. Il sistema dei Lager in Urss", che la Fondazione Feltrinelli sta portando per l'Italia (dopo Milano è appena stata a Cagliari). Il catalogo dell'esposizione è stato aggiornato, aggiungendo proprio alcune pagine, scritte dalle tre curatrici del sito, sulla vicenda degli italiani. Vi si analizzano, tra le altre peculiarità di questa tragedia, anche due motivi che ne hanno costituito il macabro "sfondo": la politica sovietica sulle migrazioni e l'atteggiamento della nomenklatura comunista italiana.

Le frontiere rimasero aperte agli immigrati negli anni Venti: in modo da servire alla nuova economia di piano e da tenere un contatto con il mondo esterno, veicolando le idee comuniste. Ma negli anni Trenta, con Stalin, le frontiere si chiusero e venne imposta la cittadinanza sovietica. Gli italiani considerati meno fedeli al "piccolo padre" finirono nel mirino. E se le categorie di perseguitati furono - come visto - variegate, ben più scarno è il ventaglio delle accuse, spesso basate su sospetti non verificati, seguiti da processi sommari e dalla condanna al lager e/o alla fucilazione: trozkismo, spionaggio, atteggiamenti "controrivoluzionari".

Sia durante le purghe che dopo la guerra il destino di costoro fu legato all'atteggiamento dei capi del Pci - Togliatti e Robotti i più celebri - "pronti a raccogliere e a passare informazioni all'Nkvd", scrivono le curatrici. Solo dopo il 1956 si ebbero le prime notizie e le prime riabilitazioni. Ma "nel nostro Paese - prosegue il catalogo - la storia degli italiani vittime dello stalinismo è stata a lungo taciuta". Il Pci "preferì far cadere nell'oblio quelle vite e, con esse, la macchia delle proprie responsabilità". E autorizzò solo i "fedelissimi" a rientrare in patria.

Oggi la ricerca è agevolata dall'apertura di molti archivi russi. E dalla conoscenza dei "martirologi" e dei "libri della memoria" compilati nel poligono di Butovo - e in altri luoghi - nei quali si trova traccia dell'esecuzione di italiani (il sito ne dà ampia documentazione, insieme a una bibliografia e a profili non solo delle vittime, ma anche dei carnefici). Tutti punti di una geografia del terrore che questa banca dati on-line ci rende in tutto il loro orrore.