Corriere della Sera, 10 aprile 2002

La regina madre salva ancora la monarchia

Al funerale solenne un milione di persone: e i consensi al fronte repubblicano crollano ai minimi storici

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA - Quand’era in vita, si diceva che avesse salvato la corona, perché senza di lei re Giorgio VI non sarebbe riuscito a riprendere le redini del regno, dopo la disastrosa abdicazione dell’inetto Edoardo VIII, nel lontano 1939. Da ieri si può dire che Elisabetta, regina madre per mezzo secolo, ha salvato la monarchia pure in morte. Lo straordinario funerale che ha concluso la sua presenza terrena, infatti, non ha solo celebrato una vita più unica che rara - 101 anni, la testimonianza d’un secolo - ma ha riconciliato la nazione con la famiglia reale, dopo gli "anni orribili" di casa Windsor. Con un’alchimia sottile, che ha amalgamato la mistica della monarchia ai sinceri affetti della famiglia, s’è compiuta una perfetta operazione politica. Così perfetta da apparire normale: gli sbandamenti sono dimenticati, come se, assieme alla regina madre, fosse stata sepolta definitivamente anche Diana, la ribelle che fece tremare il regno.

Naturalmente sarebbe ingiusto confrontare questo funerale con quello della principessa sfortunata, nel 1997, che fece scorrere lacrime e inchiostro. Ma ieri, quando il feretro della regina madre condotto a Windsor per la sepoltura è stato ricoperto dai fiori lanciati dalla folla (un milione di persone, suggerisce la polizia), come a ripetere il gesto che era stato compiuto spontaneamente per Diana, s’è capito come stavolta le emozioni fossero a sostegno della casa reale, non contro. La ruota delle passioni aveva finalmente ricominciato a scorrere nel senso dell’istituzione. E s’è valutato quanto, nei dieci giorni trascorsi dalla morte della regina madre al funerale di ieri, Buckingham Palace avesse lavorato di bulino.

S’erano avute avvisaglie di tale cesello: l’intervista di Carlo, il nipote, che aveva ricordato a ciglio umido la "magica nonna". Poi, durante la traslazione a Westminster Hall, quel biglietto intimo e affettuoso della figlia Elisabetta, che si firmava col soprannome, in bella vista sulla bara: "In loving memory, Lilibet".

E l’orgoglio della principessa Anna, in divisa e pantaloni, che aveva rotto la tradizione maschilista per seguire anche lei, donna, la processione. Quindi le folle che, in coda giorno e notte, avevano voluto rendere l’estremo saluto. Infine, alla vigilia del funerale, il messaggio della sovrana alla nazione. Regale, certo, ma ricco d’umanità: "Devo considerarmi fortunata se mia madre ha avuto una vita lunga e felice". Poi: "Spero che alla cerimonia la tristezza sia temperata da un sentimento di gratitudine, non solo per la sua vita ma per i tempi in cui è vissuta". Infine, il ringraziamento ai sudditi: "Per l’amore che le avete mostrato in vita e per l’onore che le date in morte".

Così ieri, quando il funerale è cominciato, le parole d’ordine erano stabilite: gloria della monarchia (a lungo l’occhio delle telecamere ha indugiato sulla corona con il Koh-i-Noor), ma con un sereno senso della vita: "Puoi versare lacrime perché se n’è andata / o puoi sorridere perché è vissuta", recitavano i versi, riferiti alla defunta, che hanno aperto la cerimonia. Perché, in un soprassalto di pietà, a nessuno era stata negata la presenza in Westminster Abbey: le teste coronate del mondo (i re che siedono sul trono, come Juan Carlos di Spagna o il sultano del Brunei, quelli spodestati, come Costantino di Grecia, e quelli che non l’avranno mai, come Carolina di Monaco, citata come moglie di Ernst-August di Hanover), ma anche i mortali che vivono nel limbo, come la concubina di Carlo, Camilla Parker Bowles, o la duchessa di York, divorziata da Andrea. A tutti, da Blair alla Thatcher, era riservato un posto in Westminster: e chi era rimasto fuori, cioè i sudditi comuni, ha potuto almeno intonare l’inno struggente al Dio "immortale, invisibile, inaccessibile", che ha trasformato un’antica canzone gallese in una corale solidarietà.

Sono stati minuti di grande emozione. Quando l’arcivescovo di Canterbury, con schietta sintesi, ha celebrato le tre doti della regina madre - "forza, dignità, senso dello spirito" - il ritratto è apparso così somigliante da indurre il principe Carlo, quasi, alle lacrime. Canne d’organo, squilli di tromba, voci bianche, poi salmi, letture della Bibbia, sermoni e preghiere: tutto, con la regìa segreta della corona e della Chiesa anglicana (che mai come ieri sono sembrate un corpo unico), ha condotto verso l’epilogo previsto. C’è stato tempo anche per una citazione sulla tragedia che vive il Medio Oriente ("Quando passo la riva del Giordano, annega le mie paure: morte della Morte, distruzione dell’Inferno, portami in salvo sulla riva di Cana").

Quindi, dopo la lettura di tutti i titoli che la regina madre portava con sé, e che lascia su questa Terra, l’inno nazionale, "God Save The Queen", ha chiuso, lasciando senza fiato per la coreografia dei sentimenti, l’addio alla matriarca della corona.

Che aggiungere? Da giorni i repubblicani, che vorrebbero liberare la Gran Bretagna da una monarchia che giudicano anacronistica, spiavano in cerca di una conferma: scarne emozioni per la morte della regina madre, se ancora un giornale, giorni fa, titolava: "La Queen Mother tuttora morta: giorno quinto". E ancora ieri, non capacitandosi di quanto stava accadendo, qualcuno scriveva che, "come le azioni della Enron, anche le quotazioni della famiglia reale sono state falsamente gonfiate per aumentarne il valore". Forse è vero, forse quelle azioni torneranno a sgonfiarsi. Ma intanto un sondaggio rivela che solo 12 sudditi su cento (un mese fa erano 34) rinuncerebbero oggi alla corona. Anzi, in maggioranza la vogliono così com’è, regale e solenne, ma compassionevole. Se tutto questo avviene nel nome di una donna che non regnava più da mezzo secolo, e s’è spenta per consunzione a 101 anni, forse il Fato delle nazioni ci ha messo la mano.

Alessio Altichieri

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EVENTO MEDIATICO

Incollati alla tv come in una fiaba

di ALDO GRASSO

Perché proviamo commozione (inutile usare altri termini) seguendo i funerali della Regina Madre? Perché il rito solenne alla Westminster Abbey si carica di una tensione così alta e severa, difficilmente riscontrabile in altre cerimonie funebri? Perché ci incanta quel corteo un po’ militaresco dietro la bara, composto dal principe Filippo, dai suoi quattro figli Carlo, Andrea, Edoardo e Anna, e dal figlio di Margaret, il visconte di Linley, a sua volta seguito dai figli di Carlo e Diana, William e Harry, e Peter Phillips, il figlio di Anna. Abbiamo qualcosa da spartire con i sudditi inglesi? Sì, grazie alla tv abbiamo qualcosa da spartire. Che non è nostalgia dei re, o un senso di appartenenza, o quel posto speciale, cui accenna la regina Elisabetta, occupato dalla Queen Mum "nel Regno Unito, nel Commonwealth e in altre parti del mondo". Più semplicemente queste esequie così fuori dal comune (com’era già successo con i funerali di Diana, vittima della propria fama) ci introducono in un mondo incantato, fatto di divise, riti, liturgie, protocolli da rispettare. E’ il ricordo lontano della forma che ci affattura. Quella forma che è sparita dalla tv e, prima ancora, dalla vita di tutti i giorni.

Il naso incollato alla vetrina tv abbiamo visto passare la salma sull’affusto di cannone, abbiamo sentito "il canto struggente delle cornamuse", siamo stati partecipi dell’indignazione dei telespettatori inglesi (un giornalista della Bbc aveva dato l’annuncio della morte indossando una cravatta rossa e non nera). Come in una fiaba, appunto. (…)