Corriere della Sera, 15 aprile 2002

IL PUNTO

Povertà, fuga di capitali, dissenso

L’ex parà vince, i problemi restano

Rimangono i nodi che hanno causato la caduta: ricchezza mal distribuita, delusione degli elettori, corruzione

Washington aveva riconosciuto a tempo di record il governo dell’imprenditore Cardona, manifestando soddisfazione per "la democrazia ritrovata" di un Paese dal quale importa 1 milione 200 mila barili di petrolio al giorno. L’ombra di un possibile incoraggiamento degli Usa al tentato colpo di stato impiegherà del tempo a dissolversi. Sulla scrivania del palazzo Miraflores, Chávez ritrova gli stessi interrogativi. La presa di potere di chi per tre giorni lo ha messo da parte li ha aggravati, ma erano già pesanti. Trent’anni di corruzione hanno sfinito un Paese ricchissimo. L’ex tenente colonnello aveva trionfato trascinato dalle promesse che distribuiva alle folle affamate, il popolo delle baracche che pendono sui bei palazzi di Caracas. Non le ha mantenute.

E il populismo dei discorsi interminabili sfumava in una mancanza di concretezza che a poco a poco ha affievolito la sua popolarità. Solo il 30 per cento della gente gli è rimasta fedele. È l’ultima ricerca prima della detronizzazione. Basta a riempire strade e piazze, ma per mantenere l’entusiasmo Chávez deve mettere da parte il populismo verboso che fa impazzire imprenditori, sindacati, giornali e tv, Chiesa, piccola e grande borghesia.

Primo nodo: quale politica per far tornare i capitali la cui fuga imponente ha dissanguato il Paese. Il tessuto industriale è paralizzato, le fabbriche in vendita, nessuno le compra; i negozi sono chiusi. Qui c’è molto da fare; e c’è da mettere ordine nel filtro delle dogane che per trent’anni sono state una gruviera troppo comoda per pochi. Settecento mila barili di petrolio al giorno sono svaniti nella nebbia dei pagamenti a soggetti misteriosi in banche lontane. Dogana distratta anche nelle importazioni. Beni di consumo e impianti industriali entravano e nessuno vedeva niente. E la corruzione non si è affievolita con la presidenza Chàvez. Meno imponente, ma continua.

I problemi quotidiani restano invisibili eppure sono il tormento che agita tutta la gente. Il Venezuela ha la possibilità di due raccolti l’anno, territorio tre volte l’Italia, 26 milioni di abitanti ufficiali, eppure importava il 70 per cento di ciò che mangia, sceso ai 63 nei tre anni del suo governo. Intere province abbandonate. Non un metro di ferrovia, città ossessionate da un traffico senza respiro e violenza urbana che impaurisce. I cantieri della strada ferrata annunciata nei comizi del trionfo hanno cominciato ad aprirsi timidamente pochi mesi fa. Ospedali pubblici fatiscenti dai quali è escluso quasi un terzo della popolazione: milioni di disoccupati o lavoratori in nero naturalmente sprovvisti dell’assicurazione sociale obbligatoria in ogni America. Non potevano pagare, e Chávez ha ordinato di accoglierli lo stesso. Ma per stendersi sul letto dovevano portare lenzuola, siringhe e cibo.

L’elenco delle cose da fare è lungo. Ma intanto vanno sciolti i nodi più urgenti. Come comportarsi coi sindacati che hanno guidato la rivolta per essere subito messi da parte dal governo fantasma di Cardona? Dialogare o far pagare loro la sfida?

Quanto mai complicato il rapporto con le forze armate. Erano il punto di forza di una strategia che rimasticava il peronismo nell’amicizia cubana. Sicurezza ormai assai meno sicura. Chávez ha coperto le divise di ogni tipo di privilegi. Stipendi sostanziosi fino ai gradi minori. Prestiti e carte di credito con tasso del 12 per cento quando il resto del Venezuela paga il 70 per comprare auto o casa.

Sicuro del legame, li ha liberati dall’obbligo di non fare politica, dogma di ogni Paese di questa America tormentata dai golpe. Se è vero che altri generali hanno rimediato al tradimento dei generali che lo hanno deposto, la certezza sulla loro fedeltà non è più granitica come in passato.

Chàvez deve il ritorno, soprattutto, alla mancanza di furbizia politica del governo che per un attimo ha preso il suo posto. La squadra dei ministri ha spaventato militari, sindacati, la piccola gente che aspettava qualcosa di diverso dal notabilato dei vecchi tempi. Chávez potrebbe ricominciare da dov’era partito. Ma senza prediche interminabili, meno promesse e risultati concreti. Non è facile in un Paese a pezzi e con la diffidenza profonda degli Stati Uniti.

Maurizio Chierici