San Pio V (30/4): grande devoto della Madonna, zelante come il padre del figlio sbandato, il Papa di Lepanto, venerato dal popolo fedele, stimato e temuto rispettosamente dai suoi avversari
(nato: 17 gennaio 1504 a Bosco; morto: 1° maggio 1572 a Roma)
Dal libro "Il Pontefice di Lepanto, del Rosario e della Liturgia tridentina – San PIO V", del P. Innocenzo Venchi O.P., Edizioni Studio Dominicano, 1997, Bologna:
Di una cosa sola il Papa aveva timore, dell’inferno, (…) convinto com’era che lo stare a capo dei fratelli costituiva un rischio per l’anima sua e per la loro. Qui non c’entrava l’amore del quieto vivere, l’egoismo, la pusillanimità, lo scrupolo; vi giocava unicamente la sensibilità che muoveva Sant’Agostino a scrivere nella sua Regola: "chi è posto nel grado di superiore si trova in maggior pericolo" (pag. 47). (…)
Pio V, volenteroso riformatore dei religiosi soprattutto in Spagna, aveva in Teresa di Gesù [Santa Teresa d’Avila] la miglior alleata. In ogni Carmelo da lei fondato primeggiava il culto divino, il sacro. Questa maestra d’orazione condivideva il principio del papa: "se nel convento la preghiera corale si svolge bene, ogni altra cosa sovrabbonda"; principio di applicazione analoga alla preghiera in famiglia. Pio V l’aiutò nella rinascita del Carmelo con effusione di cuore e con l’invio di autorevoli incaricati; Teresa gli contraccambiò il soccorso con la preghiera per il rinnovamento della Chiesa, e quando morì lo pianse amichevolmente.
Amico di Teresa era il sacerdote Giovanni d’Avila, predicatore nell’Andalusia, maestro spirituale e consigliere di tanti i santi del cinquecento spagnolo. Non aveva da sbizzarrirsi tanto nel trovare il segreto per farsi amico il papa; era più che sufficiente continuare la direzione delle anime. "Datemi buoni confessori – insisteva Pio V – e riformerò la Chiesa" (pag. 90-91). (…)
Papa Ghislieri [San Pio V] era del parere che un cristiano dovesse regolare tutte le cose in ordine alla religione: figuriamoci dunque di quanta portata fosse tale massima per il capo della Chiesa. La sua quindi non era la politica delle cose, dei fatti o delle necessità contingenti: era la politica delle verità eterne del vangelo. Chi non si pone in quest’angolatura rischia di travisare l’azione diplomatica che Pio V dovette svolgere in forza del suo stesso ministero ecclesiale.
Ludovico Pastor, lo storico dei papi, ha colto nel segno con l’osservazione che "raramente in un papa il principe è passato in seconda linea di fronte al prete come nel figlio di S. Domenico, che ora sedeva sulla cattedra di S. Pietro. Una cosa soltanto gli stava a cuore: la salute delle anime. A servizio di questa missione egli pose tutta la sua attività e sulle esigenze della medesima egli calcolava il valore di ogni istituzione e azione" (pag. 97). (…)
[San Pio V] Riformò la Penitenzieria Apostolica e ordinò che i medici chiamati al letto dei malati li esortassero anzitutto a chiamare il sacerdote per confessarsi: anteporre la medicina dell’anima alla cura corporale.
Pio V è bello e giusto pensarlo così: padre di tutti i figli prodighi che dall’alto delle stanze vaticane, come il padre della parabola che sale ogni giorno sul terrazzo di casa (Lc 15, 20), scruta lontano l’orizzonte in attesa che il figlio sbandato ritorni; gioisce e si commuove e piange non appena lo vede compatire e poi ultimare la corsa cadendo stanco ma fiducioso alle sue ginocchia. In questo atteggiamento, invisibile e reale, Pio V è simboleggiato nelle due decorazioni a graffito incise sulle pareti dei confessionali nella chiesa parrocchiale di Alessandria che porta il suo nome: linee movimentate e rosse, del colore mattone, che presentano, stilizzate, le parabole della misericordia di Dio personificata dal buon samaritano e dal padre del figliolo scapestrato (pag. 120). (…)
Questi [Sisto V] non può dimenticare il suo predecessore e benefattore che gli aveva dato fiducia e che lo aveva nominato cardinale, uomo di tempra d’acciaio, risoluto, terribile, riformatore e riorganizzatore della curia romana, si mantiene con Pio V in affinità di carattere e di azione. Il papa defunto gli è protettore e modello e con lui il popolo ne condivide la venerazione. (…) Conviene alla memoria di Pio che il sepolcro non solo resti in Roma ma sia collocato nella basilica di S. Maria Maggiore. È una dolce e fraterna contesa tra due papi. (…) Sisto V non sbaglia collocando il sepolcro nella maggior chiesa mariana di Roma. (…)
Il papa dell’Ave Maria si sarebbe sentito a suo agio in casa della Madonna. Cappella e tomba sono un omaggio di gratitudine da parte di papa Sisto verso l’una e l’altro. (…)
Il corteo religioso scende dal Vaticano, sfila solenne per il centro storico della città a cui Sisto V ha dato un volto moderno, e termina sulla sommità del colle Esquilino. Il corpo santo viene tumulato a mezza parete ricoperta dai marmi del monumento. Al centro siede la statua di Pio benedicente, scultura di Leonardo di Sarzana, ai lati risaltano in bassorilievo le scene di due vittorie: Lepanto sui turchi, Moncontour sugli ugonotti. Il papa riposa quasi protetto da due altri santi le cui statue completano e inquadrano lo sfondo monumentale come quinte sul palcoscenico: sono Domenico e Tommaso d’Aquino, i santi da lui più amati nella famiglia domenicana (pag. 150-151). (…)
"Con la sua morte – commenta il Porcacchi – la Chiesa di Dio ha perso un pastore veramente pio e santo, osservantissimo della religione, tremendo castigatore dei vizi, vigilantissimo e indefesso nell’ufficio suo, e solo volto all’onor di Dio e all’esaltazione di sua santa fede". "Dal primo all’ultimo giorno del suo governo – conclude il Pastor – tutte le forze di Pio V erano state dedicate alla tutela della Chiesa contro i nemici della fede cattolica, alla sua purificazione da tutti gli abusi, alla sua diffusione nei paesi d’oltremare come alla difesa della cristianità europea dall’assalto dell’Islam. Anche a causa della brevità del suo pontificato non si poterono raggiungere successi definitivi su tutti questi campi, ma il santo padre è ciò nonostante arrivato a cose grandi. I suoi successori mieterono, sotto molti aspetti, ciò che egli aveva seminato. Nel periodo immediatamente seguente apparve sempre più chiara l’importanza della sua instancabile, profonda attività non solo per la riforma cattolica, ma anche per la restaurazione cattolica. Del resto già contemporanei sentirono quale grave perdita fece la Chiesa con la sua morte. Ciò che un asceta sì rigido come Carlo Borromeo aveva detto nel 1568, cioè che da lungo tempo la Chiesa non aveva avuto un capo migliore e più santo, s’era avverato". (…)
Pio V fu un pontefice, cioè un mediatore tra Dio e gli uomini, in questo senso. Uomo di preghiera, con la riforma liturgica portò ai fedeli le cose di Dio che danno la salvezza eterna, i sacramenti, la parole: fu nel campo dell’azione liturgica un restauratore come Gregorio Magno e Pio X.
Uomo di tempra d’acciaio, assicurò la libertà religiosa e politica dell’occidente: in questa linea difensiva si affiancò a Leone Magno che fermò l’invasore Attilla. Fortissimo domatore l’ha giudicato il filosofo inglese Francesco Bacone, dicendo che "pose il basto alle narici dell’Ottomano". Uomo che seppe riformarsi prima di riformare, come Gregorio VII volle che la Chiesa fosse "libera, casta e cattolica". Uomo conscio della sua inferiorità di fronte alla grandezza della missione papale, sull’esempio di Celestino V era pronto a fare il passo della rinuncia. Con analogo senso di umiltà aveva adottato il motto di S. Paolo: "Non abbia da gloriarmi se non nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo" (Gal 6, 14). Stando ai pronostici di alcuni che lo videro arrivare al papato inatteso e malaticcio, doveva essere un papa di passaggio; operò invece molte e grandi cose, per cui il suo pontificato combacia con l’osservazione dello scrittore latino Plinio il Giovane: "Se computi gli anni il tempo è esiguo; ma se calcoli gli avvenimenti ti pare un secolo" (l. IV, 24).
Alla sua scomparsa molti lo piansero, uno solo sappiamo che esultò: il sultano Selim II. Infatti anche i suoi avversari lo stimavano e lo temevano rispettosamente. (pag. 152-154).