Avvenire, 1 maggio 2002
CINA – Forse uno spiraglio nella vicenda dei cinquemila cinesi costretti a emigrare verso la madrepatria
Espulsi da Hong Kong, ci prova l’Onu
I "rimpatriati" incontrano la commissione per i diritti umani
Forse sta per aprirsi uno spiraglio per i protagonisti di un’odissea che continua, da tempo, nel silenzio dei media occidentali. Loro sono circa 5.000 cinesi, figli di cittadini di Hong Kong, nati nella Cina continentale e ricongiuntisi con le rispettive famiglie in Hong Kong rischiano il rimpatrio forzato in Cina e la separazione definitiva delle loro famiglie.
I Right of Abode (diritto di residenza) cui si appellano, pur sancito dalla Costituzione di Hong Kong e successivamente riconosciuto da una sentenza della Corte suprema, è stato loro negato da una reinterpretazione della normativa, operata dal Parlamento di Pechino su richiesta del governo dell’ex colonia britannica, con una forzatura giuridica che molti giudicano un pericoloso precedente per l’autonomia di Hong Kong.
Dopo mesi di proteste e battaglie legali, dopo la mobilitazione della parte più vivace della società civile di Hong Kong, il caso è ormai uscito dai confini locali. Una sotto-commissione per i diritti umani dell’Onu ha ascoltato lunedì sera a Ginevra una delegazione di otto persone (attivisti, avvocati e due madri coinvolte nel caso), venuta da Hong Kong per sensibilizzare la comunità internazionale. Padre Franco Mella, missionario del Pime, da quasi 30 anni in Hong Kong, tra i promotori della iniziative di solidarietà in favore dei richiedenti diritto di residenza e anch’egli impegnato nel lavoro di lobbing a Ginevra, è moderatamente ottimista: "Abbiamo esposto i fatti e parlato a lungo con la presidente della commissione, la filippina Virginia Bonoan-Dandan. C’è la volontà di intervenire sul caso che ormai ha assunto i contorni dell’emergenza. Non tocca noi indicare le strade: la commissione valuterà i passi più opportuni da muovere nei confronti del governo di Hong Kong".
Si dice Hong Kong, ma inevitabilmente il pensiero va anche a Pechino, mai come ora attenta a vigilare sulla propria immagine internazionale. Quanto sta accadendo nell’ex colonia non è un bel biglietto da visita per nessuno. Ed è anche su questo fattore che l’articolata coalizione che si batte per il riconoscimento del diritto di residenza conta per sbloccare la situazione.
Una situazione che rischia di complicarsi col passare del tempo. A un mese dal fatidico 31 marzo (data di scadenza del "permesso di soggiorno"), sin qui soltanto una trentina di immigrati cinesi sono stati rimpatriati. L’oceanica retata che più d’uno a Hong Kong temeva (prima di Pasqua il vescovo coadiutore di Hong Kong, monsignor Joseph Zen, si era spinto ad assicurare la disponibilità della cattedrale come "rifugio" nel caso di arresti di masse), non s’è fortunatamente verificata. D’altro canto, il governo di Hong Kong si aspettava che la maggior parte degli abode-seekers rinunciasse a far valere i suoi diritti. Così non è stato. E il caso sta infiammando l’ex colonia.
Un episodio accaduto lo scorso fine settimana dà il polso della situazione. Un gruppo di loro ha circondato l’auto di Regina Ip, ministro degli Interni di Hong Kong, per chiedere un incontro. Invano. La Ip è rimasta un’ora imperterrita in auto a leggere una rivista. Il giorno dopo, per tutta risposta è stato sgombrato il sit-in di protesta nel parco centrale della città, non senza momenti di forte tensione.
Giorno dopo giorno, le autorità manifestano il loro disappunto per la piega che gli eventi stanno assumendo. Sinora hanno concesso solo a poche persone il permesso di restare a Hong Kong un altro mese e non sembrano orientate a mantenere quanto promesso in tema di tutela dei soggetti deboli. Emblematico – in tale senso – il caso di Cheung Hoi sang, 25 anni, handicappato mentale, deportato in Cina il 23 aprile, nonostante le proteste e uno sciopero della fame di 10 giorni indetti in segno di solidarietà da padre Mella. I genitori si sono visti costretti ad andare in Cina ad attenderlo, ma, anche a motivo della loro delicata situazione economica, dovranno tornare in Hong Kong e quindi chiedere a qualcuno di prendersi cura del figlio: un evidente caso umanitario sul quale il direttore dell’ufficio immigrazione avrebbe dovuto esercitare la sua discrezionalità, come chiesto dalla Corte suprema. I giornali hanno dato molto spazio al caso. Purtroppo – dicono i missionari – "Hong Kong è sempre più una città senza cuore, stretta tra paura e egoismo".
Sempre battagliero in difesa degli immigrati rimane monsignor Zen, non a caso – come per padre Mella – preso di mira ogni giorno dalla stampa filo-Pechino.