Cardinale Mindszenty:

"La storia del bolcevismo, vecchia già di mezzo secolo, dimostra che la Chiesa non può compiere nei suoi riguardi alcun gesto nella speranza ch’esso metta fine per questo alla sua persecuzione religiosa. Ciò è una conseguenza dell’essenza e della natura intrinseca della sua ideologia"

 

Dalle Memorie del Cardinale ungherese József Mindszenty (1892/6-5-1975):

Durante il 1973 intrapresi tre altri grandi viaggi pastorali. Il primo mi portò in Inghilterra dal 13 al 17 luglio, il secondo, che durò dal 18 settembre al 4 ottobre, mi portò in Canada e negli Stati Uniti, il terzo, dal 22 novembre al 5 dicembre, in Sudafrica. Nel giro di due anni ho percorso complessivamente cinquantottomila chilometri in auto, in treno e in aereo. Mi sono accollato volentieri il peso di queste lunghe peregrinazioni per portare una parola di conforto e di incoraggiamento agli ungheresi residenti all’estero. (…)

A Londra fu accolto da cardinale Heenan con affetto e con ospitalità fraterna. Egli ci mise a disposizione la sua cattedrale due volte: il primo giorno essa fu affollata dai fedeli ungheresi, il secondo dai cattolici inglesi. Il discorso del mio ospite non suonò affatto gradito ai comunisti, poiché tra l’altro egli disse: "Finché il cardinale Mindszenty vive in esilio il mondo non può dimenticare che il comunismo è un nemico inesorabile della religione. Noi che viviamo nella libertà non possiamo accettare che uomini e donne siano perseguitati a motivo della loro fede. Se il comunismo mondiale desidera realmente e sinceramente la pace mondiale deve dimostrarlo in primo luogo mettendo fine alla persecuzione. Esso deve richiamare il cardinale primate nella sua patria fra i suoi fedeli, per i quali egli è un padre e un eroe". (…)

L’ultimo giorno della mia permanenza in Inghilterra venni invitato da alcune personalità inglesi a un banchetto in mio onore nell’edificio del parlamento, mentre centotrenta deputati pubblicavano la seguente dichiarazione: "La Gran Bretagna saluta cordialmente nel cardinale Mindszenty il grande combattente per la libertà dell’Europa, che si è opposto intrepidamente all’oppressione nazista e comunista e per questo ha sofferto il carcere e la persecuzione". Il regime comunista ungherese si sentì ovviamente provocato dal discorso del cardinale inglese e soprattutto da questa dichiarazione. Per questo, dopo il mio viaggio in Inghilterra, Budapest fece chiaramente pressione sul Vaticano affinché mi destituisse dalla mia carica e mi imponesse un freno, e approfittando dell’occasione tirò in ballo anche la questione delle mie memorie.

Queste ultime erano già pronte per la stampa nell’estate del 1973 in lingua ungherese e tedesca. In luglio inviai il manoscritto al Santo Padre. Egli mi rispose il 30 agosto, dicendomi che lo aveva letto con grande interesse e grande commozione. Mi ringraziava per averglielo inviato, perché aveva potuto così imparare a conoscere la mia "preziosa" e dolorosa biografia. Era convinto che essa fosse realmente preziosa, affascinante e avvincente. Il lettore avrebbe potuto farsi un’idea chiara della vicenda della mia vita, provare ammirazione e compassione e confermarsi nella convinzione che tanto dolore e tanti patimenti non potevano essere stati vani davanti Dio.

Il Papa non disapprovò quindi il testo né sollevò alcuna obiezione nei suoi riguardi. Però mi fece presente che il regime comunista ungherese avrebbe potuto vendicarsi in due modi: avrebbe di nuovo potuto rinnovare le calunnie nei miei riguardi e vendicarsi contro tutta la Chiesa ungherese.

Io allora gli risposi fra l’altro così:

    1. Sono già abituato alle continue calunnie da parte dei nemici della Chiesa e mi sono assuefatto al pensiero di vedermi sistematicamente attaccato anche dai cosiddetti cattolici progressisti e di sinistra. È però un mio diritto umano e, in qualità di vescovo, addirittura un mio dovere respingere le calunnie quando lo posso fare in tutta libertà. A parte il fatto che ho perdonato ai miei nemici, nelle mie memorie illustro solo dei fatti, senza usare il tono provocatorio o polemico – come ha potuto constatare lo stesso Santo Padre – che potrebbe fornire il pretesto per una bassa vendetta contro la mia persona e contro la Chiesa.
    2. La storia del bolcevismo, vecchia già di mezzo secolo, dimostra che la Chiesa non può compiere nei suoi riguardi alcun gesto nella speranza ch’esso metta fine per questo alla sua persecuzione religiosa. Ciò è una conseguenza dell’essenza e della natura intrinseca della sua ideologia. Neppure la Chiesa ortodossa russa è mai riuscita a sfuggire alla persecuzione, né durante il periodo della collaborazione senza riserve, né durante quello della coesistenza, né infine durante il tempo della sottomissione totale. L’esperienza delle trattative intercorse tra Budapest e il Vaticano dimostra la stessa cosa. Infatti, benché i diplomatici del Vaticano abbiano intavolato trattative a partire dal 1964 a proposito dei preti pacifisti, dell’insegnamento della religione e degli ostacoli frapposti all’attività pastorale, proprio nel corso di questi anni il movimento dei preti pacifisti ha preso nuovo vigore, l’insegnamento della religione è stato completamente abolito nelle città nonché in parecchi villaggi e anche i pastori d’anime capaci e pii sono stati allontanati quasi senza eccezione dai loro fedeli. Le trattative spettacolari sfruttate dai comunisti per i loro scopi propagandistici hanno portato come unico risultato la nomina di vescovi scelti per la maggior parte dal dicastero statale per gli affari ecclesiastici fra le file dei preti pacifisti, con gran danno della disciplina ecclesiastica e della vita religiosa.

Poi informai il Santo Padre che già in autunno avremmo ceduto i diritti editoriali delle mie memorie a una grande casa editrice europea o americana e gli ricordai che cattolici e non cattolici di tutto il mondo mi sollecitavano a pubblicare le mie memorie.

Dopo il mio arrivo in terra straniera avevo dato vita alla cosiddetta "Fondazione Cardinale Mindszenty" con l’aiuto di alcuni benefattori. Tale fondazione, in conformità ai suoi statuti, devolve il suo denaro a scopi di pubblica utilità. Orbene, io cedetti tutti i diritti delle mie memorie a tale istituzione e il consiglio di amministrazione concluse un contratto con la casa editrice Propyläen-Verlag di Berlino Ovest.

Da tutto quello che è successo dopo posso concludere con ogni probabilità che il Papa non è stato più in grado di resistere alla pressione del regime di Budapest, che si appellava alle garanzie e alle promesse del Vaticano. Il 1° novembre venni invitato a rinunciare alla mia carica arcivescovile. Il Papa me lo chiedeva con profonda amarezza, perché sapeva bene che in questo modo aggiungeva un nuovo sacrificio alle sofferenze che già avevo dovuto sopportare. D’altra parte però doveva anche tener conto delle necessità pastorali dell’arcidiocesi di Esztergom, che da venticinque anni era priva di pastore; altrimenti essa avrebbe continuato a rimanere senza la guida diretta e personale di un vescovo, e ciò avrebbe comportato ulteriori gravi danni alle anime e alla Chiesa ungherese. La lettera terminava con l’osservazione che dopo la mia rinuncia avrei potuto disporre "più liberamente" della pubblicazione delle mie memorie.

Risposi a questa lettera del Papa l’8 dicembre 1973 dopo matura riflessione, al termine del mio viaggio in Sudafrica, che era durato dal 22 novembre al 5 dicembre. Con tutto il rispetto possibile feci presente al Santo Padre che, date le circostanze attuali della Chiesa in Ungheria, non potevo rinunciare alla mia carica arcivescovile. Gli inviai un lungo rapporto sull’attività nefasta dei preti pacificisti, sul sistema ecclesiastico-statale organizzato con la violenza e gli feci presenti tutti i risultati negativi che erano derivati dalle trattative che il Vaticano stava conducendo da un decennio con i comunisti.

Temevo che con la mia rinuncia e la conseguente occupazione della carica ecclesiastica più alta in Ungheria dietro approvazione del dicastero statale per gli affari ecclesiastici potessi contribuire anch’io a "legittimare" l’attuale situazione catastrofica della Chiesa. Gli enumerai tutti gli svantaggi e i danni che sarebbero potuti derivare da una mia rinuncia per gli ungheresi all’estero, la cui cura d’anime in mancanza di un vescovo ausiliare era stata assunta da me personalmente. Infine gli feci osservare che, nel caso di una mia destituzione, anche la sua stessa persona avrebbe potuto essere fatta oggetto di attacchi. Ciò nonostante ricevetti con dolore, esattamente il giorno del venticinquesimo anniversario del mio arresto, una lettera del Santo Padre datata 18 dicembre 1973 in cui Sua Santità mi rendeva noto con parole di riconoscenza e di gratitudine che la sede arcivescovile di Esztergom era dichiarata vacante. In una lettera del 7 gennaio 1974 espressi il mio profondo dolore al Papa, ma gli comunicai anche quanto segue: non era il mio dolore personale e non era l’attaccamento alla carica che mi impedivano di assumermi la responsabilità per le conseguenze di questa decisione; io non lo potevo fare perchée queste misure avrebbero aggravato la situazione della Chiesa ungherese, recando danno alla vita religiosa e confusione nelle anime dei cattolici e dei sacerdoti fedeli alla Chiesa. Lo pregai di recedere da quella decisione, ma ciò non avvenne. Al contrario, il 5 febbraio 1974, giorno del venticinquesimo anniversario del mio processo dimostrativo, vene resa di pubblico dominio la notizia del mio allontanamento della sede arcivescovile di Esztergom. Il giorno dopo, con profondo dolore mi vidi costretto a rilasciare attraverso il mio segretariato una dichiarazione alla stampa che posso così riassumere: alcune agenzie stampe hanno trasmesso la decisione del Vaticano in maniera tale da suscitare l’impressione che il cardinale József Mindszenty si sia ritirato volontariamente a riposo. Le stesse agenzie hanno inoltre affermato che prima della decisione pontificia c’è stato un intenso scambio di lettere tra il Vaticano e il cardinale primate e arcivescovo che vive a Viena. Di qui molti hanno dedotto che tra il Vaticano e il primate ungherese sia stato raggiunto un accordo su quella decisione. Nell’interesse della verità, il cardinale Mindszenty autorizza ora il suo segretariato a fare la seguente dichiarazione: il cardinale Mindszenty non ha rinunciato né alla sua carica di arcivescovo né alla sua dignità di primate di Ungheria. La decisione è stata presa unicamente dalla Santa Sede.

Il cardinale ha motivato l’atteggiamento assunto in questa questione dopo lunga e coscienziosa riflessione come segue:

    1. L’Ungheria e la Chiesa cattolica ungherese non sono libere.
    2. La direzione delle diocesi è nelle mani di un’amministrazione ecclesiastica messa in piedi e controllata dal regime comunista.
    3. Nessun singolo arcivescovo, vescovo o amministratore apostolico è in grado di cambiare qualcosa nella strutturazione o nel funzionamento di tale amministrazione ecclesiastica.
    4. Il regime decide chi deve occupare determinate cariche ecclesiastiche e fin quando deve rimanere in quel posto. Inoltre decide anche chi deve essere ordinato sacerdote dai vescovi.
    5. La libertà di coscienza e di religione garantita nella costituzione in pratica viene negata. L’insegnamento facoltativo della religione è stato messo al bando dalle scuole delle comunità più piccole. La gioventù viene educata esclusivamente secondo uno spirito ateo contro la volontà dei genitori. I fedeli sono sottoposti a discriminazioni in molti settori della vita quotidiana. Recentemente gli insegnanti e le insegnanti credenti sono stati posti di fronte all’alternativa di scegliere tra la loro professione e la loro fede.
    6. Se non si arriva a eliminare questi inconvenienti la nomina di vescovi e di amministratori apostolici non risolve i problemi della Chiesa ungherese. L’assegnazione di importanti cariche ecclesiastiche a "preti pacifisti" scuore la fiducia dei sacerdoti fedeli alla Chiesa e dei credenti nella suprema direzione della Chiesa.

Date queste gravi circostanze, il cardinale Mindszenty non poteva abdicare.

Così mi avviai sulla via dell’esilio definitivo.

Comunque, come ebbi modo di accertare, molti vescovi, soprattutto i membri della conferenza episcopale tedesca, condivisero il mio atteggiamento. Molti e importanti organi di stampa, come pure numerose organizzazioni religiose e sociali, si schierarono dalla mia parte.

Nonostante tutte queste vicende, non mi sento amareggiato, cerco anzi di continuare, sostenuto dalla benedizione di nostro Signore, la missione di salvezza a favore delle anime degli ungheresi dispersi in tutto il mondo, con quello stesso spirito che mi aveva mosso a lavorare a Zalaegerszeg, Veszprém, Esztergom e in tutto il territorio ungherese. Come allora, cercare le anime, consolarle e aiutarle costituisce la mia occupazione quotidiana. Spero così di conformare la mia vita alle parole dell’Apostolo: "Non cerco il mio utile personale, ma quello degli altri, affinché siano salvi" (1Cor. 10, 33). (op. cit., Rusconi, Milano, quarta edizione italiana, maggio 1975, pag. 368-373)