Avvenire, 13 giugno 2002
Mosca, per 2 russi su 3 non c’è democrazia
Da Mosca GIOVANNI BENSI
Ieri in Russia era la festa nazionale: "Den Rossii", la "Giornata della Russia". Il 12 giugno 1990 il Soviet Supremo della Federazione Russia proclamava l’indipendenza della maggiore repubblica sovietica dall’URSS: fu il più potente impulso allo sfacelo dell’impero comunista. Ma oggi non tutti i russi sanno che cosa significa il 12 giugno; e molti di coloro che lo sanno sono tutt’altro che entusiasti.
Da un’indagine per campione su 1500 persone, risulta che solo il 62 per cento sanno che festa si celebrava ieri. Per il 32 per cento il 12 giugno "non significa niente". Il 15 per cento ha definito questo giorno "l’inizio della nuova storia della Russia", ma per il 12% è "una tragedia per il Paese" e solo per il 7 "una grande festa". Non solo. Meno d’un terzo dei russi ritiene che il Paese sia democratico; per il 56 per cento no lo è. E il 70 per cento non ha fiducia nelle elezioni come strumento per determinare cambiamenti politici.
Comunque, ieri si è festeggiato: concerti nei parchi e nelle piazze, moltissime bandiere, discorsi. Le recenti violenze dopo la sconfitta della Russia al mondiali di calcio contro il Giappone potevano far temere disordini, ma alla fine tutto si è svolto senza problemi.
Al Cremlino c’è stato un ricevimento con 900 invitati, fra cui il Patriarca Alessio, il premier Mikhail Gorbaciov e il primo presidente della Russia indipendente Boris Eltsin.
Il capo dello Stato in carica, Vladimir Putin, ha fa fatto un discorso di circostanza dai toni ottimisti. La Russia, ha detto, "non pretende un ruolo particolare. Ma pretende di avere un posto nel mondo, proporzionato al potenziale creativo del nostro popolo e alle dimensioni del nostro grande Paese". Silenzio sulla Cecenia.
Il vice speaker della Duma, il populista Vladimir Zhirinovskij, durante un comizio, ha fatto un discorso xenofobo. Rivolgendosi ad africani e asiatici, anche a quelli delle ex repubbliche sovietiche, ha detto: "Tornatevene a casa e fate uno o due figli, non di più". Quindi ha aggiunto: "Se volete rimanere in Russia, comportatevi come si conviene in un Paese civile".
Le violenze calcistico-xenofobe di domenica scorsa, a dire il vero, non sono state un edificante esempio di civiltà: lo ha riconosciuto anche il ministro degli Esteri Igor Ivanov. "Questi incidenti – ha detto – vanificano, o per lo meno gettano un’ombra, sul lavoro di molti anni", compiuto da Putin per "creare una nuova immagine della Russia: l’immagine di uno stato civilizzato".