Avvenire, 27 giugno 2002
Prigioni russe
"A Lefortovo 39 anni dopo il mio arresto"
Il fatto
Da qui, periferia di Mosca, sono passati i perseguitati dello stalinismo e del post-stalinismo: è il penitenziario "privato" dell’Fsb, in violazione degli accordi sottoscritti dal Cremlino con il Consiglio d’Europa. I giornalisti sono tenuti lontani, gli ex prigionieri raccontano di isolamento, cattiva alimentazione e metodi inquisitori. Droghe per gli interrogatori?
da Mosca Giovanni Bensi
A prima vista nessuno direbbe che si tratta di una prigione. Nessuna scritta, nessuna indicazione. Eppure questa è la prigione di Lefórtovo, ufficialmente denominata "Carcere di isolamento istruttorio (Sizo) N. 1 dell’Fsb", cioè del Servizio Federale di Sicurezza, l’erede del vecchio Kgb. Dietro ad alcuni alberi, l’ingresso principale che si apre in un muro di cinta sormontato da filo spinato. L’aspetto generale è di trasandatezza e desolazione. Per accorgersi che si tratta di un carcere bisogna entrare nel cortile di un adiacente condominio: di lì si vede una muraglia alta almeno quattro metri, con i posti di guardia e i riflettori. Al di là del muro, i piani superiori dei bracci con le finestre protette da inferriate. Il questo carcere sono passate tutti i perseguitati più illustri dello stalinismo e del post-stalinismo, dal maresciallo Tukhacevskij a Bukharin, Zinovjev, Rykov e le altre vittime dei processi degli anni ’30. Vi fu rinchiuso anche Lavrentij Beria, già capo dell’Nkvd, nel 1953, dopo la morte di Stalin.
Mi hanno spinto in questo quartiere semiperiferico di Mosca alcuni ricordi di gioventù, risalenti a quasi 40 anni fa.
Era l’agosto del 1963, i tempi di Nikita Kruscev e del "disgelo". Studiavo all’Università Lomonosov di Mosca lingua e letteratura russa. Ma per uno studente straniero, per giunta cattolico, e legato al centro Russia Cristiana di Bergamo, il "disgelo" non valeva. Fui arrestato dal Kgb per "attività antisovietica" (avevo criticato il regime con amici che credevo fidati: ma uno, un certo Glistin originario di Murmansk, mi aveva denunciato), trascorsi un pomeriggio e una notte alla Lubjanka e poi un mese nel carcere di Lefortovo, prima di essere espulso dalla Russia, dove potei tornare solo nel 1990, il penultimo anno dell’Unione Sovietica. Adesso, mi sono detto, forse mi danno il permesso di visitare Lefortovo, di fare un confronto col passato.
L’Fsb, a differenza del Kgb, ha un ufficio stampa, telefono 224-5097. Chiamo e chiedo di parlare con il capo della sezione, Andrej Larjushin. Una visita a Lefortovo ed un’intervista col suo direttore, il colonnello Kirjushun? Non è possibile. Perché? "A Lefortovo – è la risposta, – vi sono troppi detenuti importanti, e i giornalisti vengono ammessi solo in casi estremi". Niente da fare.
Mi metto allora in contatto con Zoja Svetova, cronista delle Novyje Izvestija, figlia di Zoja Krakhmal’nikova, nota dissidente del periodo sovietico, che nel 1982 trascorse un anno a Lefortovo. "Il fatto è – mi spiega Zoja Svetova – che lo statuto di Lefortovo è anomalo rispetto alle prescrizioni del Consiglio d’Europa, di cui la Russia fa parte. Questa prigione infatti è gestita direttamente dai servizi segreti, è il carcere "privato" dell’Fsb, come lo era del Kgb. Ma le regole del Consiglio d’Europa, sottoscritte anche dalla Russia, vogliono che le prigioni dipendano dal ministero della Giustizia, non da un organo di repressione. È una sopravvivenza del totalitarismo sovietico, e l’Fsb non ama che si parli di Lefortovo".
Per saperne qualcosa di più e fare i confronti col passato non rimane che parlare con qualcuno che sia stato a Lefortovo in tempi recenti. La ricerca non dura a lungo. Un parlamentare amico mi presenta un suo ex collega, Vladimir Trofimov, che ha passato a Lefortovo un anno e mezzo. Deputato alla Duma, tesoriere della commissione Esteri, fu arrestato nel 1999 per "tangenti". Nel 2000 fu condannato a nove anni, poi ridotti a tre, e infine amnistiato. Trofimov mi riceve a casa sua e, con qualche bicchierino di vodka, incomincia a raccontare.
A Lefortovo vi sono solo piccole celle, con due o tre brande e un tavolino. Le pareti sono dipinte fino a metà di grigioverde lavabile, più in alto sono bianche. C’è un piccolo lavandino di ferro: dal rubinetto esce un filo d’acqua che si scarica in un water rudimentale, sul quale non c’è sciacquone. I detenuti sono costretti a fare i propri bisogni alla presenza dei compagni di sventura. I controlli sono continui: ogni dieci minuti si apre lo spioncino sulla porta blindata e un secondino guarda che cosa stai facendo. Nulla di nuovo: la descrizione combacia perfettamente con la mia esperienza di 40 anni fa. L’alimentazione consiste soprattutto di balanda (una brodaglia nella quale galleggiano rari pezzi di vedura) con una pagnotta cotta male che provoca regolarmente acidità di stomaco. Le celle sono letteralmente invase dalle mosche. Esattamente come nel 1963. L’isolamento dei detenuti è completo. Ancora come 40 anni or sono. Quando un prigioniero viene condotto agli interrogatori, il secondino che lo accompagna schiocca con le dita o fa tintinnare le chiavi per segnalare la propria presenza; se in direzione contraria viene qualcun altro, un ordine secco: Litsom k stenke! ("Faccia alla parete!") fino a che l’altro non è passato. Un metodo spesso usato a Lefortovo è quello di mettere nella cella del detenuto una nasedka ("chioccia"), cioè un informatore, un altro detenuto che, in cambio di alcune facilitazioni, cerca di carpire al "novellino" notizie utili agli inquirenti. Successe anche a me nel 1963: nella mia cella fecero entrare un giovanotto che si presentò come Nikitin. Mi disse di essere un fartsovshchik, un trafficante di valuta e merci occidentali, come ve n’erano tanti in regime sovietico. Stava scontando sette anni di lager nel Birobidzhan, remota provincia dell’Estremo Oriente ai confini con la Cina, ed era stato portato a Mosca, dopo un mese di viaggio sulla Transiberiana, in condizioni allucinanti, in un vagonzak (vagone carcerario) per testimoniare al processo di un altro trafficante. Si "stupì" quando gli dissi che ero uno straniero e incominciò a farmi domande sulle mie attività in Italia e in Unione Sovietica.
Trofimov mi dice che a Lefortovo vi sono almeno 30-40 detenuti, vecchie conoscenze del Kgb-Fsb, che vengono impiegati come nasedka. Trofimov racconta che più volte, dopo aver consumato i pasti, si sentiva come drogato, incapace di controllare i suoi pensieri, e in queste condizioni veniva condotto agli interrogatori, dei quali poi non ricordava più nulla. Forse nel cibo venivano mescolate sostanze stupefacenti. A me però, nel 1963, una cosa del genere non successe mai. Uno scambio di esperienze: Urss 1963 e Russia democratica 2002. Dopo 40 anni, almeno per quanto riguarda Lefortovo, quasi tutto è rimasto come prima.