Avvenire, 29 giugno 2002

Fermare il boia

Il rapporto di "Nessuno tocchi Caino" evidenzia che 9 sentenze su dieci vengono eseguite in Paesi dove il "tasso di democrazia" è molto basso. Spetta ancora alla Cina il triste primato

La dittatura della pena di morte

da Roma Danilo Paolini

Un nome della legge s’impicca, si fucila, si lapida, si avvelena, si decapita, si fulmina. Durante lo scorso anno è successo più di 4.700 volte (questa, almeno, la cifra documentabile) in 34 Paesi, nel 98% dei casi sotto regimi dittatoriali o comunque illiberali, 4.452 nel solo continente asiatico. In Asia, del resto, c’è la Cina popolare, dove si sono consumate 3.500 esecuzioni, i tre quarti del totale. Un totale che è più che raddoppiato rispetto al 2000, quando i dati ufficiali riferivano di 1.907 persone messe a morte in 26 Paesi.

Ancora una volta, dal rapporto annuale dell’associazione "Nessuno tocchi Caino" sulla pena di morte nel mondo, emerge un dato di fondo: la pena capitale è essenzialmente un problema che "riguarda la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani e, innanzitutto, la libertà religiosa".

Non a caso, su 69 Paesi che la mantengono nei loro ordinamenti, ben 56 sono dittatoriali. Dopo la Cina, gli Stati dove sono state eseguite più condanne a morte sono l’Iran (198), l’Iraq (179), il Tagikistan (100), il Kenya (circa 100), l’Arabia Saudita (82), lo Yemen (almeno 80) e l’Afghanistan (almeno 68). "La lotta contro la pena di morte è una lotta per la democrazia", ha commentato il segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia. Però c’è anche quel 2% di democrazie formali (dove, cioè, si svolgono libere elezioni alle quali possono partecipare più partiti e dove è consentita l’opposizione al governo) che nel 2001 hanno ucciso 87 volte. Si tratta di 7 Stati, tra i quali spiccano gli Usa con 66 esecuzioni, seguiti dalla Thailandia (almeno 11), Taiwan (3), Bangladesh (2), Giappone (2), Indonesia (2) e Botswana (1). La situazione cambia poco se si considera, oltre al regime politico, anche il rispetto dei diritti umani, delle libertà economiche e delle garanzie giuridiche. In questo caso la lista si riduce a 5 Paesi, dove però sono avvenute ben 83 delle 87 esecuzioni.

In compenso, per il secondo anno consecutivo – ed è la prima volta dalla reintroduzione della pena di morte (1976) – negli Stati Uniti si è registrato un calo delle esecuzioni: le 66 dello scorso anno rappresentano una diminuzione del 22% rispetto al 2000 e del 13% rispetto al ’99, ma soprattutto sono la cifra più bassa negli ultimi cinque anni. Il boia ha lavorato meno soprattutto negli Stati americani tradizionalmente più "forcaioli", come il Texas e la Virginia. In alcuni (Louisiana, South Carolina, Alabama e Arizona) non ci sono state esecuzioni. La tendenza positiva però è già considerata a rischio, in quanto, dopo le stragi dell’11 settembre dello scorso anno, negli Usa si sono moltiplicate le proposte di legge anti-terrorismo che prevedono l’applicazione della pena di morte. È accaduto in 6 Stati, mentre il quello di New York l’estensione della pena capitale al reato di terrorismo è stata approvata appena una settimana dopo l’abbattimento delle Torri gemelle.

Nel rapporto non figura naturalmente la sentenza della Corte suprema federale degli Stati Uniti, emessa pochi giorni fa, che ha di fatto abolito la possibilità di uccidere i minorati psichici.

Ma la notizia veramente buona è data dal costante aumento dei Paesi che hanno abolito la pena di morte o si accingono a farlo, una trentina negli ultimi 15 anni. Molti quelli che, pur conservandola sulla carta, hanno da tempo sospeso le esecuzioni. E il governo italiano – con il sottosegretario agli Esteri Mario Baccini, che ha partecipato alla presentazione del rapporto – ha annunciato che quest’anno promuoverà nuovamente all’Assemblea generale dell’Onu "la risoluzione per sostenere l’approvazione di una moratoria delle esecuzioni in tutto il mondo entro il 2003".