Verità dimenticata

"Vae facienti; vae, vae consentienti"

Dal libro "Le Rivelazioni" di S. Gertrude (sec. XIII), vergine, grande mistica e che professò la Regola di S. Benedetto nel Monastero di Helfta, presso Eisleben in Sassonia:

"La debolezza umana recalcitra a volte davanti ad una parola ispirata da uno zelo infocato. Un giorno essa [Santa Gertrude] aveva urtato con parole un po’ dure una sua consorella e questa, spinta da carità per lei, supplicava il Signore di mitigare alquanto il fuoco del suo zelo. Ma fu così illuminata dal Signore: ‘Anch’io quand’ero sulla terra ho avuto dei moti d’animo assai vivi, non potendo tollerare la minima ingiustizia; e questa mi assomiglia’. Essa replicò: ‘Ma, Signore, altro è che le tue parole sembrassero dure ai peccatori e altro che questa con le sue parole urti qualche volta anche persone reputate virtuose’. ‘Anche i Giudei, rispose il Signore, passavano a quel tempo per grandi Santi, e tuttavia proprio loro si scandalizzavano di me’" (Libro I, Cap. XII).

"Le parole: ‘dov’è tuo fratello Abele?’ (Gen. XIV, 9), le [a Santa Gertrude] fecero capire che il Signore chiederà conto a ciascuno religioso di ogni mancanza contro la regola commessa da un suo confratello, qualora egli avesse potuto impedirla ammonendo il fratello stesso o avvertendo i Superiori. La scusa che si suol portare: Io non ho avuto l’incarico di correggere gli altri, oppure: Io sono peggio di lui, non val davanti a Dio più della risposta di Caino: ‘sono io forse il custode di mio fratello?’. Davanti a Dio infatti ciascuno è tenuto a ritrarre dal male il fratello suo e ad esortarlo al bene; ogni volta pertanto che trascura questo dovere di coscienza pecca contro Dio. E poco gli giova affermare di non avere avuto l’incarico, perché questo incarico gli è stato dato da Dio in tutta verità come attesta la sua propria coscienza. Se lo trascura, il Signore ne chiederà conto a lui ancor più che al Superiore, il quale o non è stato presente al fatto o non l’ha rilevato. Perciò la Scrittura dice: ‘Vae facienti, vae, vae consentienti: guai a chi fa il male, ma due volte guai a chi vi dà il consenso’. Dà il suo consenso al male chi lo dissimula tacendo, mentre avrebbe potuto, manifestandolo, evitare un’offesa alla gloria di Dio" (Libro III, Cap. XXX). – (cf. op. cit., Edizioni Cantagalli, Siena, 1994, Vol. I, pag. 61, 232, 233).