Avvenire, 4 luglio 2002

Le nuove accuse degli ortodossi

Cattolici sotto tiro ma Mosca sbaglia mira

Fulvio Scaglione

Il duro documento che il Patriarcato di Mosca ha inviato martedì a Roma, tramite il metropolita Kirill ("ministro degli Esteri" della Chiesa ortodossa russa) e all’indirizzo del cardinale Walter Kasper (presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani), ha tutti i crismi della massima ufficialità. Già solo per questo, davanti a un testo che rincara le già note accuse contro i cattolici, sarebbe legittimo parlare di un inquietante salto di qualità nell’annosa polemica che il Patriarcato conduce contro il presunto espansionismo della Chiesa cattolica in Russia. Chiesa che è ben lungi dall’aver recuperato le strutture e gli

uomini, in una parola le posizioni su cui poteva contare prima della Rivoluzione d’Ottobre: evento quest’ultimo che di tanto in tanto, e in modo un po’ curioso, la Chiesa ortodossa russa sembra considerare traumatico solo per sé.

Di salto di qualità si può parlare anche in base ad altre considerazioni. Il testo (di cui "Avvenire" ha dato ieri ampio resoconto) si concentra su un solo problema: il proselitismo. Abbandonata la disputa sugli uniati d’Ucraina, dimenticate le divergenze teologiche e dottrinali. Come se il Patriarcato volesse affrontare il punto davvero dolente, facendo "pagare" ai cattolici russi anche il crescente isolamento che sconta ormai nello stesso mondo ortodosso e che nel rapporto da tenere con il Papa "rimskij" (il Pontefice di Roma) ha una delle manifestazioni più evidenti. Come sa chi ricorda anche solo la recente visita di Giovanni Paolo II in Bulgaria.

In più, e soprattutto, colpisce il tono del documento. È difficile infatti capire perché nel dialogo (o persino nel confronto) tra Chiese comunque sorelle vengano usati certi mezzi. Per esempio: si accusa il Vaticano di non "rispettare l’integrità territoriale della Federazione russa" perché nel decreto del 10 novembre 2000 con il quale Giovanni Paolo II istituiva le quattro diocesi cattoliche si parlava di "prefettura di Karafuto" per l’isola di Sachalin, "denominazione – dice il Patriarcato ortodosso – usata durante l’occupazione giapponese". Che senso ha ammiccare ai poteri laici dello Stato russo, sollecitare così le viscere del nazionalismo?

Altro esempio: lascia più che perplessi quella sorta di lungo indice che chiude il documento, la colonna infame in cui sono inserite (spesso con tanto di indirizzo) le organizzazioni e le attività dei cattolici, tutte ovviamente volte a strappare con l’inganno fedeli alla Chiesa ortodossa.

Prendiamo un caso tra i tanti: le suore di San Domenico, che a Ulan Ude (Burjatija) "predicano negli ospedali infantili e nelle case per invalidi, organizzano vacanze estive per i ragazzi di famiglie indigenti": possibile che gli estensori del documento, qui citato alla lettera, non si chiedano se la carità (delle suore) e la felicità (dei ragazzi) non abbiano parte in tutto questo, se sia davvero "concorrenza sleale"?

E infine, la requisitoria contro Jerzi Mazur, vescovo della diocesi di Irkutsk, espulso dalla Russia (questa la realtà, al di là dei cavilli sui visti) nell’aprile scorso. Mazur è l’unico dei quattro vescovi cattolici ad avere l’onore di due pagine (su 15) nel documento, che lo descrive come un aspirante conquistatore, in combutta con l’episcopato polacco, della Siberia Orientale. Spiace pensar male, ma pare la giustificazione del provvedimento già preso in aprile. Prima la sentenza e poi le accuse, insomma. Un po’ come si faceva ai tempi dei soviet.