L’Osservatore Romano, 20 luglio 2002
20 luglio: sant’Elia, profeta
Un austero difensore della purezza della fede
COSMO FRANCESCO RUPPI
Arcivescovo di Lecce
Alcuni calendari antichi assegnano alla data del 20 luglio la memoria di Elia, il tormentato profeta del Signore di cui parla diffusamente il primo libro dei Re. È un profeta, che all’indomani della memoria della Madonna del Carmine torna quasi di attualità, perché proprio sulla collina del monte Carmelo, all’ombra della sua ruvida grotta, venne a fermarsi il capostipite dell’ordine carmelitano, san Simone Stock, per rivivere il miracolo della nuvola che fece scendere acqua sulla terra arsa.
Per comprendere Elia, come peraltro tutti gli altri profeti, bisogna rifarsi alla storia dei suoi tempi, ossia a quel re Acab e alla moglie Gezabele, discendente del re di Sidone.
Il primo Libro dei Re narra abbondantemente la vita e le imprese di Elia, mentre nel secondo Libro, dopo il rapimento di Elia, si narrano le vicende del suo successore Eliseo, sulle cui spalle egli gettò il mantello profetico.
Sono molti gli avvenimenti che la Scrittura registra nella vita del profeta Elia. Il primo si riferisce al sopruso del re, che voleva di impadronirsi della vigna di Nabot, allo scopo di ampliare la sua residenza. Mentre il povero Nabot stava per essere condannato, Elia annunciò severe punizioni sulla discendenza del re.
Lo scontro con la reggia
La sconfitta dell’esercito di Acab nella guerra contro Damasco, causata anche dalla durissima siccità, offrì al profeta occasione per nuovi rimproveri contro la corte, ma aggravò la sua posizione, a tal punto che dovette fuggire lontano, nascondendosi nei pressi del torrente di Cherit e successivamente presso una povera vedova di Zarepta che lo accolse, nascondendolo e rifocillandolo.
La generosità di questa povera vedova trovò gradimento presso Dio e presso il suo profeta, a tal punto che le vennero moltiplicate miracolosamente le riserve di olio e di farina e le venne assicurata una discendenza.
La predicazione di Elia, però, non è affatto di natura politica, bensì sempre morale e religiosa. Ciò che gli stava a cuore, infatti, non era la vicenda terrena della casa regnante, bensì la purezza della fede e la difesa della vera religione dal paganesimo imperante.
Per capire questo, bisogna forse rammentare che Elia vuol dire: il mio Dio è Jawhè, mentre Gesabele, secondo alcuni, vuol dire esattamente l’opposto, ossia: Baal è il mio Dio.
Lo scontro non è tra due visioni religiose, bensì tra la vera religione e quella falsa. Al centro di tutta l’opera di Elia, c’è la difesa della religione degli Israeliti contro l’invadenza della religione degli Egizi, dei Cananei e di altre popolazioni.
Il popolo di quei tempi, di fronte alle pressioni di Gezabele e dei suoi accoliti, sembrava inclinarsi verso nuove divinità e nuove religioni. Di qui l’impegno di Elia, di riportare la fede nel vero Dio e qui anche la famosa sfida coi sacerdoti di Baal sul monte Carmelo, una pagina trucida, molto trucida, che non si comprende se non alla luce di questo progetto di restaurazione religiosa, che costituiva l’obbiettivo centrale della missione di Elia.
La vera tradizione religiosa
Elia non solo è un campione della fede, ma è uno dei più tenaci assertori della vera religione, a tal punto che la stessa sfida del Monte Carmelo, con le insinuazioni ridicole nei confronti dei sacerdoti pagani, altro non sono che forme popolari di quel progetto di purificazione della fede, che era il suo costante e generoso obbiettivo.
Di questo Profeta la Bibbia ricorda innumerevoli fatti e vicende, una più interessante dell’altra, ma ciò che più colpisce anche oggi è l’intimità che questo profeta aveva con Dio e la passione con cui dialogava col suo Signore. La prova più lampante è l’episodio dell’Oreb, in cui si tocca quasi con mano la volontà di stare sempre unito a Dio, di accoglierne le parole e le indicazioni di riforma spirituale.
A buona ragione questo santo profeta è considerato l’antesignano di tutta la schiera dei profeti, antichi e nuovi, perché la fedeltà religiosa viene tradotta in preghiera, in azione e in vita.
L’elogio di Gesù
Più volte il Signore si è riferito a lui, prima quasi identificandolo col Battista e presentandolo come antesignano delle profezie del Giordano, ma poi facendosi accompagnare da lui nel momento della sua trasfigurazione.
Solitamente ci soffermiamo a considerare la presenza di Mosè ed Elia accanto a Gesù sul monte Tabor, ma diamo poca importanza a quello che Gesù disse scendendo dal monte, dopo aver ordinato di non dire quello che avevano visto i tre fortunati Pietro, Giacomo e Giovanni. Riferendosi alla presenza di Elia, chiesero a Gesù perché non si era avverata la profezia di Malachia, che aveva predetto che Elia sarebbe stato il precursore del Messia.
"Elia – disse Gesù – è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi lo hanno trattato come hanno voluto…" (Mt 17, 12). Ma i discepoli compresero che Gesù intendeva riferirsi al Battista.
Il Vangelo di Marco stabilisce un più stretto rapporto tra Elia e il Messia, riconoscendo che "prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa… Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto…" (Mc 9, 12-13).
Uno dei profeti più venerati
Anticamente il culto verso Elia è stato molto diffuso in Oriente e Occidente, anzi nell’Oriente più che nell’Occidente. Molte erano le chiese a lui dedicate e le raffigurazioni, di solito, lo riportano al momento in cui ascende al cielo su un carro di fuoco.
La letteratura profetica è legata a lui, al suo nome e soprattutto alla sua storia, che è storia di integrità e di rigore religioso, ma anche di apertura di cuore e di intimità con Dio.
La grotta che sta sul Carmelo è ancora oggi una testimonianza della sua austerità e del suo tenace impegno per condurre il popolo sulla retta via.