Vidimus Dominus - Storie e vita

Diffondere il messaggio di Gesù nel cuore dell'Islam, in un momento difficile

La presenza di Pilar Vila-San-Juan nel Pakistan - Luis Esteban Larra Lomas

È possibile la vita religiosa in un paese islamico come il Pakistan, in dei momenti storici come quei che stiamo vivendo? L’agenzia di notizie della CONFER di Spagna, IVICON, ha pubblicato un’intervista di Luis Esteban Larra Lomas con Pilar Vila-San-Juan Sagnier, religiosa di Gesù e Maria, che da cinque anni si trova al Pakistan e di recente è rientrata in Spagna durante le vacanze.

La presenza di Pilar Vila-San-Juan al Pakistan da cinque anni è stata per caso. In principio, non era questa la sua destinazione. Prima, c’era stata a Granada, Murcia, Bilbao, Burgos, Madrid e Roma, svolgendo compiti vari negli istituti scolastici e altre presenze della congregazione. "Ero sul punto di andare a Tijuana", ricorda Pilar, ma dalla Curia Generalizia hanno chiesto qualcuna che, con Filologia Inglese, fosse pronta per lavorare al Pakistan. "Sono andata in cappella, per un po’ ci ho pensato e in due minuti ne avevo già la risposta", spiega Pilar.

Malgrado ci sia stata poco tempo al Pakistan, la religiosa pensa di avervi trovato gli anni più difficili, poiché, anche se sia vero che "il popolo pakistano ha sempre sofferto" – e, perciò, "ci danno esempio le altre missionarie che ci sono da anni e ci hanno sofferto di più" -, ora la situazione è peggiorata un po’ di più, "perché dall’undici settembre sono diventati molto più forti, meno tolleranti, più fanatici".

Dinanzi a questo panorama, Pilar confessa: "Mi fa paura la strada; il popolo che soffre è quel che mi fa paura. Nelle azioni terroristiche cadono gli stranieri e i pakistani, i poveri e i ricchi, musulmani e cristiani. Negli accordi non ci credo, finché non li vedrò nel popolo che cammina giorno dopo giorno a nostro fianco". Nonostante il lavoro missionario che fanno, i religiosi stranieri si trovano anche nel mirino del rigetto a tutto quel che viene da fuori, il che è sinonimo di nordamericano; ragione per cui non si vedono liberi dagli insulti della gente. "Ci rispettano i genitori delle bambine della scuola, la gente colta; ma il popolo, quando ti vede per strada, pensa che sei uno straniero schifoso. Il popolo è incolto, ha fame ed è fanatico".

Per Pilar, il 12 settembre, il giorno seguente all’attentato, "è stato uno dei più difficili della mia vita; bisognava continuare a vivere e credere nella coesistenza di musulmani e di cristiani. Ho detto loro che ognuna, nella sua propria fede, tentasse di chiedere giustizia e perdono; e, quando ormai stavo per indignarmi dall’angoscia perché non potevo andare avanti, mi sono scappate alcune lacrime. Le lacrime sembra che affliggano tutti, e ho detto che non potevo continuare a parlare. Le ho invitate ad andare ognuna nelle loro aule. Non potevo dire che ero contro l’accaduto, perché tutte ne erano raggianti; e, mentre soffocavo dal pianto, ci avevo 2.000 persone che erano lì ad applaudire per quel che era accaduto negli Stati Uniti, e a fianco di Bin Laden la maggioranza. È questa un’esperienza più dura di una bomba nucleare".

È vero - dice la religiosa facendo riferimento alla situazione missionaria da lei vissuta – che è duro "parlare di Gesù in un mondo musulmano dove non lo accettano molto, se non come un profeta fallito, e non poter parlare di Maria essendo religiosa di Gesù e Maria"; ma Pilar Vila-San-Juan sempre dice che "se soltanto 100 missionari stranieri cristiani in un mondo di 146 milioni di musulmani facciamo loro paura, vuol dire che la nostra fede è qualcosa di importante, che il messaggio di Gesù continua a impattare". Dinanzi a questo orizzonte, Pilar definisce se stessa come "una religiosa che tenta di diffondere il messaggio di Gesù, in un momento difficile, nel cuore dell’Islam".

Pochi giorni prima di venire in Spagna, ha ricevuto una lettera dell’ambasciatore in cui il diplomatico, di fronte al conflitto confinario con l’India e agli attentati degli estremisti musulmani contro gli stranieri, la invitava a uscire dal paese prima che ne bloccassero le uscite, poiché non si prendevano la responsabilità di lei né potevano garantirne la sicurezza. "Se l’ambasciata ci ha fatto uscire non è perché l’India e il Pakistan siano in guerra. Se c’è una bomba nucleare, non tocca direttamente l’ambasciata. Quel che la tocca è la protezione degli spagnoli, da stranieri in un paese come il Pakistan. Se ci portano via è dovuto alla paura di azioni terroristiche contro gli stranieri", spiega la religiosa.

In questo senso, "ne siamo andati via con rimpianto; ma forse nel migliore dei momenti, quando abbiamo chiuso le scuole per le vacanze estive", fa notare Pilar, la quale, prima di abbandonare il paese asiatico, si è accertata che ad agosto potrà rientrarvi per aprire l’istituto scolastico ed avviare un nuovo anno scolastico. "Non sarei partita dal Pakistan se la polizia, l’ambasciata e l’agenzia di viaggi non mi avessero affermato che era assicurato l’ingresso il 20 agosto e così aprire la scuola. Non ne sono andata via da fuggita ma da invitata; me lo prendo come un riposo psicologico", chiarisce.