Avvenire, 11 agosto 2002
A maggio il Pontefice aveva chiesto l’intervento del presidente russo dopo l’espulsione del vescovo Mazur
Putin al Papa: "Non siamo anticattolici"
Ma un altro prete dovrà lasciare la Russia
Ritirato il visto al padre Stanislav Kania
di Nello Scavo
E tre. Dopo il vescovo Mazur e padre Caprio stavolta tocca a Stanislav Kania, prete slovacco, dover fare le valigie e lasciare Mosca: le autorità russe, ancora una volta senza fornire spiegazioni, gli hanno negato il rinnovo del permesso di soggiorno. Tutto questo dopo che nelle settimane scorse - ci confermano fonti diplomatiche russe - il presidente Vladimir Putin ha risposto, rompendo un silenzio di due mesi, alla lettera inviatagli l’8 maggio dal Papa.
Putin, spiegano le stesse fonti, ha chiarito che "il ritiro dei visti a Caprio e Mazur non era frutto di una campagna architettata contro la Chiesa cattolica". Solo "normali" provvedimenti adottati da uno stato sovrano nei confronti di singoli cittadini stranieri.
"È un passo molto grave – commenta da Mosca l’arcivescovo cattolico Tadeusz Kondrusiewicz –. La mancata concessione del visto anche a padre Stanislav non fa che confermare la difficoltà con cui siamo costretti a svolgere la nostra opera".
Tanto più che nelle settimane scorse il prete slovacco della congregazione dei Verbiti (la stessa a cui appartiene il già espulso vescovo Mazur) aveva chiesto di recarsi in Bielorussia e in Kazakhstan, ma entrambi i Paesi, in singolare sincronia e in linea con il Cremlino, avevano rigettato la richiesta del sacerdote trentenne. Tornano ad aggirarsi, insomma, gli spettri di un passato neanche tanto remoto. Intanto segnali contraddittori arrivano anche sul fronte del dialogo tra la Chiesa cattolica russa e il Patriarcato ortodosso retto da Alessio II. L’uomo che nei mesi scorsi si era distinto per l’ostinata opposizione a un eventuale viaggio di Giovanni Paolo II a Mosca.
"La risposta ricevuta – si legge in una nota del Servizio per le relazioni esterne del Patriarcato – confermano ulteriormente l’invariabilità del corso preso dalla Chiesa cattolica rispetto alla popolazione ortodossa della Russia e degli altri stati della Federazione". Il riferimento è alla lettera dell’arcivescovo Kondrusiewicz, che il 10 luglio ha ribattuto punto per punto alle dure accuse mosse il 25 giugno dal metropolita Kirill, responsabile delle relazioni esterne della Chiesa ortodossa russa e uomo di fiducia di Alessio II. Il metropolita aveva inviato infatti al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, un rapporto sulle presunte "attività di proselitismo delle organizzazioni cattoliche in Russia". Quel dossier altro non era che l’aspra risposta alla nota trasmessa da Kondrusiewicz il 13 febbraio.
Il presidente della Conferenza episcopale russa tentò con quel messaggio di placare le dure reazioni del Patriarcato alla notizia dell’istituzione di quattro diocesi cattoliche in Russia: Mosca, Saratov, Novosibirsk e Irkutsk. Nonostante i segnali sconfortanti Kondrusiewicz insiste nel suo ottimismo: "Se continuiamo a scriverci, a spiegarci, questo vuol dire che c’è spazio per il dialogo". Il presule parla da rappresentante di una Chiesa riemersa dopo la deflagrazione dell’Unione Sovietica, quando tra quelle macerie nessuno si aspettava di trovarvi ancora dei ferventi cattolici. E a riacuire il dibattito è intervenuto l’arciprete Vsevolod Chaplin, vice capo del Dipartimento guidato da Kirill. L’istituzione delle diocesi cattoliche in Russia equivale "a una guerra dichiarata", sentenzia senza giri di parole sulla Rossiskay Gazeta del 5 luglio.
L’ultima puntata di questa stridente vicenda non lascia presagire vento di bonaccia. "Le nostre chiese – insiste Chaplin – non dovrebbero essere come due ditte che si contendono il mercato, ma come due nazioni alleate". E questo nonostante i chiarimenti forniti da Kondrusiewicz per superare con "saggezza e pazienza" quelle che egli, con esercizio di diplomazia, definisce come "alcune inesattezze". Ma c’è uno spiraglio: "Come già accade in molte località del nostro Paese – aggiunge Kondrusiewicz –, possiamo lavorare insieme sul fronte della solidarietà". Anzi su questo versante "la cooperazione con la Chiesa cattolica – ammette l’arciprete Chaplin – sarebbe la giusta cosa da fare". Salvo aggiungere: "Queste iniziative dovrebbero essere improntate all’imparzialità". Nel senso che "se i cattolici, per esempio, hanno davvero una preoccupazione per i bambini orfani, come mai non li portano nei centri ortodossi?". Se ciò non accade, deduce Vsevolod Chaplin, è perché si vuole "rieducarli" al cattolicesimo: "Non è questa – si chiede – una prova diretta del proselitismo?". Continuare a sperare in un dialogo basato su "saggezza e pazienza" sembra una volta di più un atto di fede. La stessa che a denti stretti ha resistito per decenni alla "dittatura rossa".