Avvenire, 24 agosto 2002

TECNOLOGIA

Nella Repubblica Popolare scoppia il boom della Rete. Con 56 milioni di utenti il Paese è secondo solo agli Usa. Ma è polemica sulla censura

Cina, le mani sul Web

Gli Internet-cafè installano software speciali che limitano l’accesso ai siti stranieri. Per chi si collega da casa invece solo provider ideologicamente testati

Da Pechino Stefano Vecchia

L'antico "Impero di mezzo" è sempre più l'impero delle nuove tecnologie: computer, videogames e software (questi ultimi - in maggioranza pirata - oggetto di un contenzioso internazionale da quando la Cina è entrata nel Wto). Ma la curiosità e l'intraprendenza dei cinesi si è rivolta con entusiasmo anche a Internet. La Repubblica popolare cinese ha oggi il 6% degli utilizzatori mondiali di questo straordinario mezzo di comunicazione globale. Una percentuale che porta il paese asiatico con i suoi 56 milioni di utenti il secondo posto al mondo dopo gli Stati Uniti (che da soli totalizzano il 44% delle utenze mondiali). Lo scorso anno, al secondo posto c'era la Germania, oggi superata anche da Giappone, Regno Unito e Canada. Già, ma la Cina ha un miliardo e trecento milioni di abitanti (ufficiali) e quindi non può che esprimere anche in questo campo cifre da record. Ma a colpire è l'esplosione del fenomeno: 12 nuovi milioni di utenti nei primi sei mesi del 2002. Un dato che fa seguito a una crescita del 50% nel 2000 e del 124% nel 2001. Già oggi il 5% degli 1,3 miliardi di cinesi può "navigare" nel Web; percentuale che dovrebbe salire al 25% nel 2006, portando oltre 250 milioni di nuovi fruitori dagli occhi a mandorla nella grande rete.

Tenendo conto che, nella situazione cinese, anche Internet, come altri mezzi di comunicazione, deve sottostare a una rigida regolamentazione e alla censura, e a periodiche ondate repressive contro portali, siti e Internet caffè. Dopo quella seguita alla sconfitta della Cina contro il Costarica nei mondiali di calcio e l'ondata di sdegno chiaramente espressa nelle chat, è ora in corso un nuovo giro di vite, forse in vista del 16° Congresso del Partito comunista cinese il prossimo autunno. Operazioni affidate a una apposita polizia segreta informatica. Se l'intento è anche di combattere "mali sociali" come pornografia, gioco d'azzardo, pratiche religiose non ammesse, forte resta il controllo del Governo cinese affinché i siti locali non veicolino contenuti di dissenso.

Gli Internet-cafè devono installare sui computer appositi software che limitano l'accesso ai siti stranieri e a casa i cinesi devono connettarsi (a caro prezzo) a pochi provider ideologicamente testati che stanno aderendo con entusiasmo al codice di autodisciplina che li vincola a bloccare ogni contenuto in contrasto con la legge. A luglio le autorità avevano anche comunicato un piano per chiudere 150 mila internet caffè privi di licenza sui 200 mila in tutto il paese: per le autorità una mossa dettata da ragioni di sicurezza dopo che l'incendio di uno di essi a Pechino aveva provocato a giugno 25 morti; espressione di una volontà censoria secondo i critici.

Potere e Internet: lo strano binomio della Cina d'oggi; come conciliare il "socialismo di mercato" con uno strumento della liberalizzazione borghese, il controllo politico dei mezzi d'informazione e la necessità di aprirsi al mondo?

A frenare l'ansia dei cinesi di trovare un proprio punto d'ingresso in Internet stanno una serie di regole e divieti puntigliosi. Con un'attenzione maniacale ai cosiddetti "segreti di Stato" che il regolamento per Internet emesso da un apposito Ufficio nazionale nel gennaio 2000 manca di definire in dettaglio, salvo indicare che chi gestisce notiziari, chat e newsgrup deve avere l'autorizzazione dal Dipartimento per i segreti di Stato e attenersi attentamente alle sue direttive. Per il resto, il principio è che: ciascuno che si trova nella Rete è responsabile per quello che fa mentre è connesso. Il fatto è che tutto ciò finisce soprattutto per applicarsi a una fascia d'utenza ben definita: cittadina, istruita, di reddito medio-alto, di una fascia d'età fra 16 e 34 anni: una Cina nuova ed emergente che cambierà nei prossimi decenni il volto del grande Paese asiatico, sempre più temuto per potenzialità economiche e sempre meno "faro" ideologico.