Avvenire, 12 settembre 2002

Espulsi altri due preti cattolici

La Russia straccia le proprie credenziali

I nuovi provvedimenti tradiscono un disegno persecutorio. E altri potrebbero seguire

Luigi Geninazzi

S'allunga la lista dei sacerdoti cattolici espulsi dalla Russia e si restringe lo spazio dei dubbi e degli interrogativi che l'Occidente aveva mantenuto aperto di fronte a questi provvedimenti. Quando lo scorso aprile venne tolto il visto d'ingresso all'italiano padre Caprio e poi al vescovo polacco Mazur molti pensarono a un gesto provocatorio in risposta alla decisione vaticana di ricostituire le diocesi sul territorio della Federazione russa. Ma nel bel mezzo dell'estate è toccato a un altro prete cattolico fare le valigie e lasciare Mosca. E ieri è stato impedito il rientro in Russia a due altri religiosi polacchi.

Cinque espulsioni in meno di sei mesi tradiscono un disegno persecutorio fin troppo esplicito nei suoi obiettivi: intimidire la minoranza cattolica considerata come una presenza ingombrante, sgradita ed estranea alla "ruskaya rodina", la gloriosa madrepatria russa. Non è un sospetto vago, ma ormai un'ipotesi concreta che si accompagna a un'inquietante presentimento: che quello di ieri non sia l'ultimo provvedimento ai danni di un prete cattolico. Una vera e propria lista di proscrizione sarebbe stata preparata di comune accordo fra alcuni esponenti della gerarchia ortodossa e i funzionari del Fsb, i nuovi servizi di sicurezza che evidentemente hanno cambiato il nome ma non troppo i metodi del vecchio Kgb. Ci sarebbe un elenco di dieci nomi, sacerdoti, religiosi e vescovi della Chiesa cattolica in Russia, la cui esistenza ci era stata segnalata già questa primavera da un diplomatico occidentale residente a Mosca. Non siamo riusciti ad avere ulteriori conferme e per questo avevamo deciso di non pubblicare la notizia. Ma a questo punto l'onere della prova viene dalle stesse autorità della Russia con la loro raffica cadenzata di espulsioni. Una conferma indiretta è venuta dal dirigente politico dell'amministrazione regionale di Khabarovsk che ha autorizzato l' espulsione di padre Wisniewski, il religioso polacco respinto ieri mattina. "Il suo tentativo di rientrare in Russia è stato provocatorio, in quanto sapeva benissimo di essere sulla lista delle personalità non gradite" ha spiegato con ineffabile candore il burocrate della sperduta provincia d'Estremo Oriente.

Il fatto è tanto più grave in quanto fa seguito alla richiesta di Giovanni Paolo II, indirizzata personalmente a Vladimir Putin, di ottenere una qualche spiegazione dei provvedimenti d'espulsione del vescovo Mazur. Nella sua risposta tardiva e laconica il presidente russo negava che fosse in atto "una campagna anti-cattolica". Ma si è ben guardato dal fornire delle spiegazioni plausibili che sarebbero alla base di tali provvedimenti. E' clamoroso che la sfinge del Cremlino eviti di pronunciarsi sul ritiro dei visti d'ingresso ai sacerdoti cattolici e al tempo stesso proclami di "voler aprire le frontiere abolendo i visti con i Paesi dell'Unione europea" (discorso di Putin del 27 agosto). Ancor più clamoroso è che l'Europa non alzi la voce per denunciare una simile contraddizione. All'ombra dell'11 settembre, dentro la grande alleanza contro il terrorismo, Est e Ovest fanno a gara nel nascondere le proprie pecche, nel tacitare le più gravi contraddizioni, anche quelle che fino a poco tempo fa il mondo intero non avrebbe faticato a giudicare del tutto insopportabili. La libertà religiosa, fondamento di tutte le libertà fissate nel Trattato di Helsinki, non merita più di essere difesa? Una conferma indiretta.