Il Messaggero, Lunedì 30 Settembre 2002

IL TEOLOGO

Cozzoli: "Nessuno ha il diritto di disporre della vita umana"

ROMA - "La depenalizzazione dell’eutanasia è una via surrettizia e subdola alla sua legittimazione e un "testamento biologico" è invalido perché io non posso disporre di qualcosa di cui non ho la proprietà". Così monsignor Mauro Cozzoli, docente di teologia morale nella Pontificia Università Lateranense, condanna qualsiasi progetto di depenalizzazione dell’eutanasia. "Se la vita umana è un bene intangibile che la legge morale e la sua traduzione giuridica devono tutelare - argomenta - allora ogni sua soppressione volontaria e diretta, in forma attiva o passiva, non è solo un peccato sotto il profilo morale, ma è anche e sempre un reato sotto il profilo penale".

Precisato che "eliminare la pena significa svuotare la legge del suo valore e dei suoi obblighi", mons. Cozzoli spiega l’impossibilità della depenalizzazione in questo caso "perché l’eutanasia è un omicidio o, se si preferisce, un suicidio assistito, vale a dire un delitto contro la vita umana". "Depenalizzare l’eutanasia - prosegue - da una parte è una maniera indiretta di autorizzarla, dall’altra è un cattivo messaggio, dato soprattutto ai più giovani e ai più deboli, dello scarso valore in cui il legislatore tiene la vita umana".

Definita "ipocrita e complice" una legge che, pur affermando il valore della vita non ne perseguisse chi la disattende, Cozzoli conclude: "La depenalizzazione è il primo passo verso il basso dell’arbitrio nei confronti della vita sofferente o terminale. La vita è svuotata di ogni valore oggettivo, diventa un possedimento soggettivo: la vita è mia e ne faccio quello che voglio. E’ un cedimento ipocrita a quella cultura eutanasica che induce a fare della vita una cosa di cui servirsi e da rottamare quando non risponde più a criteri di efficienza e di godibilità secondo cui oggi si tende a valutare tutto e tutti".

O. Pet.