Avvenire, 9 ottobre 2002

Kolbe, l’ultima lettera

Un documento inedito del martire di Auschwitz, scritto due mesi prima di offrirsi alla morte al posto di un padre di famiglia. Montini lo beatificò nel 1971 e Wojtyla lo canonizzò nel 1982

A 20 anni dalla canonizzazione i confratelli polacchi aprono l’archivio del minore conventuale

LUIGI FRANCESCO RUFFATTO

Vent’anni fa, il 10 ottobre 1982, in Piazza San Pietro, a Roma, Giovanni Paolo II proclamò al mondo che il beato Massimiliano Maria Kolbe è stato, ad Auschwitz, martire dell’amore al prossimo.

In occasione delle celebrazioni per il 20° della canonizzazione del frate minore conventuale i confratelli polacchi hanno aperto l’archivio di Niepokalanow (Città dell’Immacolata costruita da Kolbe a 50 chilometri circa da Varsavia), dove si conservano molti manoscritti originali del santo. Tra essi spicca l’ultima lettera di padre Kolbe dal famigerato campo di sterminio. È in tedesco ed è datata due mesi prima del suo sacrificio. Un testamento che racchiude la grande personalità del martire e termina con un bacio a sua madre, sopravvissuta alla sua morte. Mai nella precedente corrispondenza si riscontra tanta tenerezza. E il contenuto della lettera fa pensare che il sacrificio di sé sia stato un progetto costruito durante tutta la vita e maturato nella tragica esperienza del lager. Ecco il testo:

"Cara mamma, verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di concentramento di Auschwitz. Per me, va tutto bene. Amata mamma, sta tranquilla per me e la mia salute, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto. Sarebbe bene non scrivermi prima che io ti mandi un’altra lettera, perché non so quanto tempo rimarrò qui. Con cordiali saluti e baci. Raimondo Kolbe".

Era il 14 agosto 1941, quando padre Kolbe fu ucciso da un’iniezione di acido fenico nel bunker della morte. Dopo due settimane senza mangiare e senza bere, erano rimasti quattro dei dieci sventurati, condannati per rappresaglia alla fine di luglio di quell’anno. Ultimo a morire fu Kolbe, che presentò spontaneamente il braccio al boia. Così come spontaneamente si era offerto di sostituire un padre di famiglia che, all’atto della selezione sulla Appel Platz, gridò disperatamente i nomi della moglie e dei due figli adolescenti. Gli storici non si sanno ancora spiegare come il vicecomandante del lager abbia potuto accogliere la proposta di Kolbe, dopo aver scambiato con lui uno strettissimo dialogo: "Chi sei?". "Sono un sacerdote cattolico". "Che cosa vuoi?". "Voglio prendere il posto di quel padre di famiglia". "Va bene!".

Paolo VI il 17 ottobre 1971, giorno della beatificazione, additò Kolbe ai sacerdoti come modello di vita consacrata. Giovanni Paolo II, il giorno della canonizzazione ripeté quanto aveva detto nella sua prima visita ad Auschwitz, circa un anno dopo l’elezione a Papa (1979): "Massimiliano Kolbe fece come Gesù, non subì la morte, ma donò la vita".

L’espressione rimanda a un sogno di Kolbe, qualche settimana prima che i nazisti invadessero la Polonia (1 settembre 1939), scatenando la Seconda guerra mondiale: "Soffrire, lavorare e morire da cavalieri, non di una morte comune, ma, per esempio con una pallottola in testa, suggellando il nostro amore per l’Immacolata, spargendo da vero cavaliere il proprio sangue fino all’ultima goccia, per affrettare la conquista del mondo intero a Lei. Io non conosco nulla di più sublime".

Una sovrabbondanza d’amore che lascia esterrefatti. Bruno Borgowiec – un interprete del sotterraneo della morte ad Auschwitz – testimonia che gli aguzzini esclamarono: "Qui, un uomo simile non l’abbiamo mai visto". Nel bunker, diventato piccola chiesa, Kolbe incoraggiò i compagni sino alla fine, nella speranza che il prigioniero fuggito fosse ritrovato e loro venissero liberati. Il primo fu ritrovato, ma le vittime non furono risparmiate.