Sant’Ambrogio:

"Se il vescovo non parlerà, chi ha sbagliato morirà della sua colpa, e il vescovo sarà degno di pena perché non ha ammonito chi sbagliava". (…) "Un vescovo non c'è nulla di così rischioso davanti a Dio e di così vergognoso davanti agli uomini quanto il non proclamare apertamente il proprio pensiero"

Dal libro "Il Cardinale Coraggioso: Colombo, il Sessantotto e l'aborto", presentazione del Card. Dionigi Tettamanzi:

Della vita di Sant'Ambrogio:

L'imperatore avanza lungo la navata centrale della chiesa in vesti dimesse, simbolo del suo stato di pubblico penitente. Si avvicina all'altare dove ad attenderlo c'è il Vescovo della Città. E' il Natale del 390. Piange Teodosio, virile generale spagnolo che ha assunto la guida dell'Impero romano dal 379. Piange Ambrogio, vescovo di Milano, che ha intimato a Teodosio di chiedere pubblicamente perdono a Dio e al popolo.

Qualche mese prima, a Tessalonica, un alto ufficiale è stato assassinato. Avuta la notizia, l'imperatore Teodosio ordina una rappresagli contro la popolazione inerme dei tessalonicesi. Ambrogio segue con trepidazione l'intera vicenda, e non manca di far sentire la sua voce. Dapprima ammonisce affinché sia evitato il delitto. Quando il fatto deplorevole è accaduto, propone la strada della penitenza:

"Se il vescovo non parlerà - scrive in una lettera privata a Teodosio - chi ha sbagliato morirà della sua colpa, e il vescovo sarà degno di pena perché non ha ammonito chi sbagliava". E ancora: "Non si addice a un imperatore negare la libertà di parola né si addice a un vescovo tacere ciò che pensa… Perché in un vescovo non c'è nulla di così rischioso davanti a Dio e di così vergognoso davanti agli uomini quanto il non proclamare apertamente il proprio pensiero". (cfr. Gribaudi Editore, 2002, Milano, pag. 111)