Il Giornale, 5 novembre 2002
Dissidenti a Cuba
Il Ghandi del Caribe
arrestato e torturato perché anticastrista
Federico Guiglia
Il caso non sceglie mai per caso. Mentre i radicali stavano svolgendo a Tirana il loro congresso transnazionale sul diritto al diritto, all’Avana veniva scarcerato Oscar Elias Biscet González, il più radicale dissidente del regime di Castro. L’uomo è un medico cattolico e quarantenne, fondatore dell’Associazione Lawton per i diritti umani. Gli esuli cubani lo chiamano il "Gandhi del Caribe", proprio perché ha mutuato dal Mahatma la tecnica della contestazione non violenta per denunciare l’ultima dittatura dell’America latina. È una novità assoluta di lotta per un Continente in cui per molto tempo hanno prevalso, a turno, o i guerriglieri o i generali. Quando Biscet fu condannato tre anni fa per aver manifestato semplici idee, gli anti-castristi lo proposero per il premio Nobel per la pace. Un riconoscimento recentemente assegnato a Jimmy Carter, l’ex presidente americano che tra le sue iniziative si è reso promotore di una plateale e buonistica riconciliazione con Fidel, cioè con colui che deteneva Biscet e centinaia di altri oppositori: così vanno il mondo e i premi Nobel.
Ma la "liberazione" del prigioniero decretata dalle autorità dell’isola, si deve non già alla magnanimità del tiranno, bensì all’espiazione della pena da parte del recluso. Il quale, con un comportamento che ricorda quello a suo tempo seguito dallo scrittore Giovannino Guareschi, si è rifiutato di fare appello alla sentenza politica di primo grado.
"Il tribunale della giustizia comunista – spiegava in un messaggio diffuso all’estero – mi ha condannato, aderendo alle tesi inverosimili e vessatorie della Pubblica accusa e della polizia politica. Il mio avvocato nella sua splendida difesa ha dimostrato la mia innocenza, che dimora nel mio cuore, per cui la mia coscienza non mi condanna. Questo processo ha messo in evidenza la mancanza di giustizia nel Paese. Il sistema di giustizia – sottolineava – è subordinato per legge al Consiglio di Stato, e i suoi membri, per ideologia, al Partito comunista. Il responsabile di entrambi gli organismi, Fidel Castro, ha diffamato la mia persona pubblicamente, abusando della sua posizione per influire sul verdetto. E così per la mancanza di imparzialità e professionalità della giustizia, per gli atti contro gli attivisti dei diritti umani, mi rifiuto di ricorrere in secondo grado davanti alle Corti del mio Paese e mi appello soltanto a Dio".
Biscet está loco, Biscet è pazzo aveva "sentenziato" il lider máximo: a questo alludeva il dissidente nel suo messaggio a proposito della "pubblica diffamazione" subita a opera di Castro. Ed è significativo, purtroppo, dover ormai distinguere fra dissidenti e dissidenti. Quelli che si piegano e accettano una qualche forma di dialogo col regime che non fa votare la gente da quasi quarantaquattro anni di fila, possono attendersi la clemenza del barbuto Padreterno e la legittimazione internazionale. Gli altri tipo Biscet, anti-comunista e anti-abortista, disposto a pagare fino in fondo per la sua protesta non violenta, vengono semplicemente dimenticati. Dimenticati in cela e dimenticati dall’ "intellighentzia" del mondo, ed europea in particolare, per la quale il dissidente e credente Biscet non vale ne una messa né una mossa. Eppure, fra gli oppositori di Castro in esilio sono in molti a vedere, o a sognare, nella figura di quest’uomo dai ferrei principi, ammanettato ventisei volte in diciotto mesi prima di finire stabilmente in galera, il simbolo della necessaria discontinuità per il dopo-Castro.
L’hanno torturato. Di proposito spegnevano sigarette accese sulla sua bella pelle scura. E tuttavia non reagiva mai il Gandhi del Caribe. Così come continuano a non reagire gli "intellettuali" europei di fronte alla drammatica situazione dei diritti a Cuba. Guardate come un identico comportamento possa qualificare in modo tanto diverso i suoi protagonisti: con onore il primo e con viltà i secondi.
f.guiglia@tiscalinet.it