Il Messaggero, Sabato 9 Novembre 2002
A Bagdad si studia la risposta da dare alla risoluzione, mentre i religiosi invitano i fedeli a "combattere gli infedeli e i nuovi crociati"
E gli imam incitano alla guerra santa
Ma il regime prende tempo: studieremo il testo. Un ministro: è un pretesto per attaccarci
di RICCARDO DE PALO
La decisione del "governo del mondo" è piovuta su Bagdad mentre i leader religiosi, nel primo venerdì di Ramadan, stavano incitando i fedeli a sollevarsi in una jihad contro "gli infedeli e i nuovi crociati", vale a dire, nel linguaggio dell’islamismo radicale, l’America e i suoi alleati. Non sono mancati gli insulti personali, come nel sermone pronunciato in una moschea dal nome che è tutto un programma: "Madre di tutte le battaglie". "Bush, chi sei tu, piccolo nano, che osi minacciare il profeta Maometto e i figli di Maometto?", ha detto un imam. "Chi siete voi, corrotti del mondo? Chi siete voi, figli di scimmie e di maiali, da osar minacciare il popolo di Maometto?" "Oggi - ha proseguito il religioso - la guerra santa è un dovere per ogni musulmano". E’ stata una giornata come tante altre, almeno in apparenza, nella città di Saddam Hussein. Ma dietro le quinte, nei palazzi del potere, il regime preparava la risposta da dare alle Nazioni Unite, cercava il modo di accontentare il Consiglio di sicurezza, di evitare le rappresaglie militari senza perdere la faccia.
Formalmente, Bagdad ha deciso di prendere tempo prima di pronunciarsi sulla risoluzione approvata ieri dall’Onu, ha annunciato - nelle parole dell’ambasciatore Mohammed Al Douri - di voler prima "studiare il testo" per decidere se "approvarla o no". Al Douri, a cui si deve l’attuale linea "morbida" dell’Iraq che è finora servita ad evitare la guerra voluta da Bush, ha una settimana di tempo per valutare la situazione e decidere le prossime mosse. "Non biasimo nessuno. Rispettiamo e comprendiamo tutti i voti", ha dichiarato il numero uno della delegazione irachena alle Nazioni Unite, che ha lasciato capire di aver sperato, fino all’ultimo, in un’astensione della Russia. Molto probabilmente, alla fine, Al Douri convincerà il regime di Bagdad ad accettare quanto viene chiesto dalla comunità internazionale. Ma nulla si può ritenere prevedibile, nella politica araba, e in quella irachena in particolare. Soprattutto quando si tratta di prendere decisioni dettate dal semplice buon senso. Uno dei ministri di Saddam Hussein, il titolare del Commercio Mohammed Mehdi Saleh, ha già bollato il documento come "pretesto per attaccare l’Iraq". "L’obiettivo di ogni risoluzione - ha dichiarato Saleh - non è quello di verificare la situazione circa le armi di distruzione di massa irachene, ma di offrire pretesti per attaccarci".
La risoluzione ha risvegliato anche una vecchia conoscenza della polizia italiana e internazionale: Abu Abbas. Dopo avere peregrinato tra Tunisia, Algeria e Libia, il sequestratore dell’Achille Lauro ha trovato rifugio alla corte di Saddam. E dalla capitale irachena avverte che, se gli americani attaccheranno, troveranno anche lui a combattere in prima linea. "Se vogliono - ha ammonito il terrorista condannato all’ergastolo in un’intervista al New York Times - possono anche provare a colpirmi con un missile Tomahawk. Ma qualunque cosa facciano a me, è nulla rispetto a ciò che hanno già fatto alla causa palestinese".
Abbas - che ha 53 anni, vive dal ’94 a Bagdad con la moglie Rim e uno dei cinque figli, sotto la personale protezione dei pretoriani di Saddam - oggi mostra rammarico per la morte di Leon Klinghoffer, il passeggero ebreo americano ucciso durante il sequestro della nave da crociera. Ma non arriva al punto di chiedere scusa. "L’omicidio non è stato colpa mia, non ho certo sparato io - ha detto - ma era un civile e mi sono chiesto: qual era la sua colpa?"