Avvenire, 19 novembre 2002
Meno libertà a Hong Kong, Chiesa nel mirino
Dal nostro inviato a Hong Kong
Davide Parozzi
Una grande incognita. Nella scia della migliore tradizione orientale è il mistero a dominare il futuro della Chiesa nella Cina che ha appena concluso il 16° congresso del Partito comunista spalancando le porte al capitalismo.
Nella scia delle riforme economiche non è irrealistico ipotizzare anche timide aperture in senso politico e religioso che possano ridare fiato ad una Chiesa costretta a subire la persecuzione. È questa la speranza di monsignor Giuseppe Zen, vescovo di Hong Kong che guida i fedeli dell’ex colonia britannica tornata, ormai da 5 anni, sotto la sovranità di Pechino. Monsignor Zen ha incontrato una delegazione della Regione Lombardia guidata dal presidente Roberto Formigoni e proprio durante questo faccia a faccia ha evidenziato luci ed ombre di un cammino molto difficile. Capo di una comunità di oltre 250mila fedeli con 300 sacerdoti e 600 suore, monsignor Zen, un salesiano, ha studiato per nove anni in Italia, fra Roma e Torino.
La sua speranza è che, una volta insediatisi in via definitiva, i nuovi leader cinesi possano dare avvio a quelle riforme che in molti attendono. A partire dai cattolici cinesi (4 milioni, secondo i dati ufficiali, 10 secondo la Santa Sede) ancora chiamati a vivere la propria fede in mezzo a gravi pericoli e tribolazioni. Al momento sono incarcerati 7 vescovi e circa 60 sacerdoti. Tutti con accuse spesso inventate solo per aprire le porte della prigione. In un caso, ad un prete già prigioniero sono stati comminati ulteriori 15 anni perché scoperto a distribuire una sua omelia tra i compagni di cella.
Anche ad Hong Kong, dove la dirigenza cinese non ha imposto la rigida osservanza dei dettami marxisti-leninisti, non mancano motivi di preoccupazione. Fedeli all’idea che ha guidato la riunificazione con l’ultimo avamposto britannico in Estremo Oriente (Uno stato due sistemi), i cinesi non hanno esteso la costituzione di Pechino ma hanno lasciato che Hong Kong venisse amministrata seguendo la cosiddetta Legge fondamentale varata l’1 luglio 1997. Una mini carta costituzionale che garantisce libertà a tutti gli abitanti di Hong Kong quindi, alla stessa Chiesa. Oggi questa autonomia rischia di essere messa in pericolo. Il governo locale starebbe studiando una forma più dura dell’articolo 23, quello che presiede alla sicurezza interna per reprimere atti di sedizione, secessione e furto di segreti di stato. In nome della lotta al terrorismo internazionale verrebbe dato un giro di vite rendendo passibili di condanna penale anche contatti con organizzazioni che non hanno il proprio vertice in Cina. "La paura – spiega monsignor Zen – è che un articolo siffatto possa essere usato contro la Chiesa. La fedeltà a Roma potrebbe venire interpretata in maniera capziosa e quindi servire come spunto per la repressione".
Proprio per questo i fedeli sono impegnati in una forte campagna d’informazione nei confronti degli abitanti dell’ex colonia, che sembrano non avere capito l’importanza della posta in gioco. "Sono preoccupato che non si preoccupino", aggiunge il presule che sta cercando di coinvolgere quanti più mezzi di comunicazione (la stampa è libera ma anche questo potrebbe essere messo in discussione) in questa sua battaglia. "Il tutto – conclude monsignor Zen – in un momento in cui l’amministrazione pubblica mira ad aumentare sempre più il suo peso nelle oltre 300 scuole gestite dalla Chiesa ad Hong Kong.
Il quadro resta difficile da decifrare, accanto a elementi di speranza coesistono segnali di preoccupazione e il comportamento di Pecchino è un’incognita.