Corriere della Sera, 19 dicembre 2002

"La domenica al lavoro? L’Italia deve decidere"

L’Ue: non è più giorno di riposo "consigliato". Il sottosegretario Sacconi: scelta a gennaio, ma senza provocazioni

ROMA - La domenica, un giorno come tutti gli altri. La direttiva europea sull’orario di lavoro che deve essere ancora recepita dall’Italia prevede sì che i lavoratori abbiano diritto a un giorno di riposo alla settimana, ma non dice quale. E così, ieri, il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, suscitando un vespaio di reazioni, ha ventilato la possibilità che il decreto col quale il governo applicherà la normativa europea all’Italia ricalchi la direttiva, senza aggiungere altro. A quel punto il giorno di riposo settimanale non sarebbe più "di regola in coincidenza con la domenica", come dice l’articolo 2109 del Codice civile, ma quello che stabilirebbero di volta in volta i contratti di lavoro. Potrebbe essere il lunedì, il giovedì o un altro ancora. La novità è sostenuta con forza dalla Confcommercio, che spera così di poter vedere aperti gli esercizi commerciali di domenica senza che si debba pagare il festivo ai lavoratori. Contrari, invece, i sindacati.

NIENTE ACCORDO – Su questo punto e su altri (dalla regolamentazione degli straordinari a quella dei turni per gli apprendisti) associazioni imprenditoriali e sindacali non hanno trovato, dopo mesi di trattativa, l’"avviso comune", ovvero l’accordo richiesto dal governo. La rottura si è consumata ieri sera al ministero del Lavoro. Se l’intesa sul recepimento della direttiva fosse stata raggiunta, l’esecutivo si sarebbe limitato a trasformarla in decreto. In mancanza, sarà il governo a decidere. Sacconi non dice come, ma fa capire che la via più logica sarebbe quella di trasferire la direttiva europea senza modifiche nel nostro ordinamento.

IL FATTORE RELIGIOSO – La prima direttiva sull’orario è del 1993, ma nel 2000 è stata modificata da un’altra direttiva che, tra l’altro, ha cancellato il riferimento alla domenica. "Per varie ragioni tra cui il pluralismo religioso", spiega Sacconi. La domenica è "il giorno del Signore" per i cristiani, ma non per le altre religioni. Per gli ebrei il giorno consacrato è il sabato, per i musulmani il venerdì. In un’Europa meta di lavoratori immigrati e che discute se aprirsi all’adesione della Turchia non sorprende la decisione di adottare una formulazione vaga. Ma, come osservano da Bruxelles fonti della Commissione europea, questo non impedisce ai singoli Paesi di scegliere: "L’Italia è libera di definire la domenica un giorno festivo". L’importante, aggiungono, è che recepisca presto le direttive. Il nostro Paese è l’unico a non averlo ancora fatto. È già stato condannato una volta dalla Corte di giustizia del Lussemburgo e ora rischia di pagare "una multa di 238.950 euro al giorno", per ogni giorno di ritardo. Per evitare questo, annuncia Sacconi, il governo deciderà entro gennaio.

PARTI SOCIALI DIVISE – "Noi – dice Alessandro Vecchietti, responsabile sindacale della Confcommercio – dobbiamo adeguare le nostre norme al nuovo contesto. C’è l’esigenza di adeguare l’offerta e la qualità dei servizi. Ma in Italia il lavoro di domenica è ancora un fatto eccezionale invece che normale". Ribatte Raffaele Bonanni, segretario confederale della Cisl: "La domenica non si tocca. Mi sento fortemente impegnato, come credente, a difendere la domenica come giorno del Signore. La Cisl si batterà contro chi vuole disconoscere il diritto al riposo di domenica. Le altre religioni? Con i contratti si possono prevedere tutte le deroghe necessarie". Anche per la Cgil la domenica festiva va difesa e Walter Cerfeda (responsabile delle politiche europee) definisce "ridicola la minaccia di Sacconi". Replica lo stesso sottosegretario: "Siamo all’ennesima provocazione orchestrata dai soliti noti. È bene ricordare che in Italia la fonte del riposo domenicale – oltre che il Codice civile – è stata e sarà il contratto collettivo di lavoro. Per cui l’atto di recepimento della direttiva avrà a questo riguardo un inconsistente effetto pratico. In ogni caso, il governo non si è ancora pronunciato". Ma, dopo la rottura della trattativa di ieri sera, dovrà farlo.

Enrico Marro