Dall’opera "Nobiltà ed élites tradizionali analogue nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana", di Plinio Corrêa de Oliveira, Cap. V:

4. La benedizione di Dio illumina, protegge e bacia tutte le culle, ma non le livella

Un altro fattore di ostilità verso le élites tradizionali poggia sul preconcetto rivoluzionario secondo cui qualsiasi disuguaglianza di nascita sarebbe contraria alla giustizia. Generalmente si ammette che un uomo possa distinguersi per il proprio merito personale, ma non si ammette che il fatto di discendere da una stirpe illustre sia per lui un titolo speciale di onore e di influenza. A questo riguardo, il Santo Padre Pio XII ci dà un prezioso insegnamento:

"Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun'arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran Capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto tra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un’inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l'attività umana e metter capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata esse non possono considerarsi se non quale disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell'interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del cielo, gli uni aiutando gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre e i figli" (Allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà Romana [PNR] 1942, p. 347).

5. Concezione paterna della superiorità sociale

Gloria cristiana delle élites tradizionali è servire non solo la Chiesa ma anche il bene comune. L'aristocrazia pagana si vantava soltanto della sua illustre progenitura, ma la nobiltà cristiana unisce a questo titolo un altro ancora più elevato: quello di esercitare una funzione paterna verso le altre classi. "Il nome di Patriziato romano sveglia nel nostro spirito pensiero e visione di storia ancor più grandi. Se il termine di patrizio, patricius, nella Roma pagana, significava il fatto di avere degli antenati, di appartenere non ad una discendenza di grado comune, ma ad una classe privilegiata e dominante; nella luce cristiana prende aspetto più luminoso e risuona più profondo, in quanto associa l'idea di superiorità sociale a quella di illustre paternità. Esso è un patriziato della Roma cristiana, che ebbe i suoi fulgori più alti e antichi, non già nel sangue, ma nella dignità di protettori di Roma e della Chiesa: patricius Romanorum, titolo portato dal tempo degli Esarchi di Ravenna fino a Carlomagno e ad Enrico III. Armati difensori della Chiesa ebbero pure i Papi attraverso i secoli, usciti dalle famiglie del patriziato romano; e Lepanto ne segnò ed eternò un gran nome nei fasti della storia" (PNR 1942, pp. 346-347).

Certamente, dall'insieme di questi concetti emana un senso di paternità che impregna le relazioni tra le classi più alte e quelle più umili.

Contro questa impressione, si presentano facilmente due obiezioni all'animo dell'uomo "moderno". Da un lato, non mancano quelli che affermano che numerosi atti di oppressione praticati nel passato dalla nobiltà o dalle élites similari smentiscono tutta questa dottrina. Dall'altro, molti ritengono che qualsiasi affermazione di superiorità elimini dai rapporti sociali il buon senso, la soavità, la gaiezza cristiani. Infatti, sostengono, qualsiasi superiorità suscita normalmente sentimenti di umiliazione, di afflizione e di dolore in colui sul quale viene esercitata; e suscitare tali sentimenti nel prossimo è contrario alla dolcezza evangelica.

Pio XII risponde implicitamente a queste obiezioni quando afferma:

"Se questa concezione paterna della superiorità sociale talvolta, per l'urto delle passioni umane, sospinse gli animi a deviazioni nei rapporti delle persone di rango più elevato con quelle di condizione più umile, la storia dell'umanità decaduta [Nota: Il Pontefice qui allude alla decadenza del genere umano provocata dal peccatto originale] non se ne meraviglia. Tali deviazioni non valgono a diminuire o ad offuscare la verità fondamentale che per il cristiano le disuguaglianza sociali si fondono in una grande famiglia umana; quindi le relazioni tra classi e ranghi ineguali hanno da rimanere governate da una proba e pari giustizia, e, ad un tempo, animate di rispetto e di affezione mutua, che, pur senza sopprimere le disparità, ne scemino le distanze e ne temperino i contrasti" (PNR 1942, pp. 347-348).

Esempi tipici di questa affabilità di tratto tipica dell'aristocrazia si trovano in molte famiglie nobili che sanno essere eccellentemente benevole verso i propri subordinati, senza acconsentire in alcun modo che venga negata o avvilita la loro naturale superiorità: "Nelle famiglie veramente cristiane non vediamo noi forse i più grandi fra i patrizi e le patrizie vigili e solleciti di conservare verso i loro domestici e tutti quelli che li circondano, un comportamento, consentaneo senza dubbio al loro rango, ma scevro di ogni sussiego, atteggiato a benevolenza e cortesia di parole e di modi, che dimostrano la nobiltà di cuori i quali vedono in essi uomini, fratelli, cristiani come loro, a sé uniti in Cristo coi vincoli della carità? Di quella carità, che anche nei palazzi aviti, fra i grandi e gli umili, massime nelle ore di mestizia e di dolore che non è mai che manchino quaggiù, conforta, sostiene, allieta e addolcisce la vita?" (PNR 1942, p. 348).

 

6. Nostro Signore Gesù Cristo ha consacrato la condizione di nobile non meno di quella di operaio

Considerata così la condizione di nobile, o di membro di una élite tradizionale, si comprende che Nostro Signore Gesù Cristo l'abbia santificata, come abbiamo già ricordato [cfr. Cap. IV, 8], incarnandosi in una famiglia principessa:

"È un fatto che Cristo Nostro Signore, se elesse, per conforto dei poveri, di venire al mondo privo di tutto e di crescere in una famiglia di semplici operai, volle tuttavia col la sua nascita onorare la più nobile ed illustre delle case di Israele, la discendenza stessa di David.

"Perciò, fedeli allo spirito di Colui, del quale sono vicari, i Sommi Pontefici hanno sempre tenuto in alta considerazione il Patriziato e la nobiltà romana, i cui sentimenti di inalterabile attaccamento a questa Sede Apostolica sono la parte più preziosa della eredità ricevuta dai loro avi e che essi stessi trasmetteranno ai loro figli" (PNR, 1941, pp. 363-364) (cfr. op. cit., Marzorati Editore, 1993, pag. 72-74 – per consultare l’opera on-line: http://www.intratext.com/IXT/ITA0372/_index.htm)