Avvenire, 1 febbraio 2003
Nelle carceri
[di Cuba]
Luigi Geninazzi
Sono 223 i "desaparecidos-detenuti"
Ci sono almeno 223 prigionieri politici nelle carceri cubane, secondo i dati in possesso del Comitato per i diritti umani. Nel corso del 2002 sono state 36 le persone arrestate per reati d'opinione e incarcerate nelle prigioni di massima sicurezza. Fra questi si segnala Juan Carlos Gonzalez Leyva, un non vedente, l'unico prigioniero politico cieco del mondo.
L'ultima amnistia ci fu nel 1998, a seguito della pressante richiesta avanzata da Giovanni Paolo II durante la sua visita all'Avana. Da un anno si è costituito il Comitato delle madri dei prigionieri politici che si batte per la loro liberazione. A Cuba è in vigore la pena di morte, abolita nel 1940 ma reintrodotta da Fidel Castro dopo la rivoluzione del 1959.
Negli anni Novanta la percentuale di esecuzioni capitali sul totale della popolazione è stata di venti volte superiore a quella degli Stati Uniti.
Dall'aprile del 2000 ilo governo di Fidel Castro ha sospeso le esecuzioni capitali anche se nel braccio della morte si trovano ancora un centinaio di detenuti in attesa del boia.
L’ISOLA "CONGELATA"
Dissidenti a Cuba
Sanchez: "Compagno Fidel qui serve una Solidarnosc"
Dal Nostro Inviato
All'Avana Luigi Geninazzi
Non è difficile trovare la casa del più noto dissidente cubano. Sulla porta della villetta lungo l'Avenida 21, sotto un bel pergolato, c'è affissa l'immagine del Papa con la scritta "Non abbiate paura!". È il biglietto da visita di Elizardo Sanchez, 58 anni, di cui otto passati nelle prigioni di Castro. Già professore di marxismo, viene dalle file del partito comunista, con cui ha rotto nel lontano 1967 diventando la bestia nera del regime. Si entusiasma alla lettura dei dissidenti polacchi di sinistra, Michnik e Kuron, e nel 1976 insieme con alcuni amici fonda il Comitato per i diritti umani che continua a presiedere nonostante i molti arresti, gli interrogatori a sorpresa, le persecuzioni quotidiane. Il suo sogno è una tavola rotonda tra governo e opposizione come avvenne in Polonia. Perché, dice tranquillo, "il socialismo non è eterno, con buona pace di Fidel".
Com'è la situazione dei diritti umani a Cuba?
Cuba, insieme con la Corea del Nord, resta una delle società chiuse del pianeta, l'unica in tutto l'Occidente. Da noi, tanto per fare un piccolo esempio, è impossibile che un privato cittadino abbia accesso a Internet.
Certo, godiamo di diritti sociali garantiti dallo Stato, che fornisce servizi a tutti, sia pure di bassa qualità. Ma per questo paghiamo un prezzo troppo alto in termini di libertà politica, civile ed economica. E la ragione è il dominio del modello totalitario che è crollato in tutto l'Occidente ma resiste a Cuba.
Qual è la vostra strategia per cambiare il regime?
Ci battiamo per la riconciliazione nazionale, non esclusi i governanti coi quali vogliamo aprire un dialogo. Per questo motivo siamo stati attaccati dai fuoriusciti di Miami che ci considerano dei traditori. Ma noi non vediamo altra strada se non quella del dialogo, anche se finora non c'è stata alcuna risposta da parte del governo.
Recentemente è stato costituito il Progetto Varela che punta a un referendum per avviare una transizione democratica a Cuba. Qual è il suo giudizio?
Il Progetto Varela rappresenta un salto di qualità perché è sostenuto da quasi tutti i gruppi d'opposizione ed è stato sottoscritto da 20mila persone, il che non ha precedenti nel nostro regime totalitario.
L'iniziativa del referendum è stata bocciata dal governo che vi ha rintracciato dei vizi formali. Comunque il Progetto Varela non è caduto, la nostra insistenza ha un valore prima di tutto pedagogico: occorre che la gente si renda conto dei propri diritti e vinca i sentimenti di paura e diffidenza reciproca che da quasi mezzo secolo avvelenano la nostra convivenza.
La visita che il Papa ha compiuto a Cuba cinque anni fa ha lasciato qualche segno?
Ci ha fatto vibrare l'anima e da quel momento qualcosa è cambiato nel cuore di molti cubani. Nei nostri incontri capita spesso che qualcuno si riferisca ai suoi discorsi. Sono il vademecum della libertà.
Cuba però non è la Polonia. Lei parla di riconciliazione nazionale, come già Solidarnosc, ma Fidel Castro, a differenza di Jaruzelski, non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo con i dissidenti...
I termini della questione sono molto chiari: la transizione democratica prima o poi ci sarà, ma il regime non ne vuole sentir parlare. Per Fidel Castro la transizione è avvenuta nel 1959, nulla potrà più cambiare. Si considera la fine della storia, il che è semplicemente assurdo. È un fanatismo ideologico spinto all'estremo. Per questo dico che il nostro è un governo di taleban tropicali. Noi puntiamo su una svolta pacifica, la gente è stanca della retorica della violenza anche se è costretta a gridare "Socialismo o muerte!". Sono fiducioso: dopo Castro non ci sarà alcun bagno di sangue.