Avvenire, 1 febbraio 2003
Protestano per la libertà
Le madri di Calle Quinta scossa per Fidel
Luigi Geninazzi
Non ci sono soltanto le madri di Plaza de Mayo in America Latina. A Cuba, l'ultimo Paese comunista d'Occidente, è nato il Comitato delle madri che si battono per la libertà dei prigionieri politici. Sono una macchia scura e triste nella luce abbagliante e festosa che inonda l'Avana. Ogni domenica mattina un gruppo di donne vestite di nero, dopo aver assistito alla messa nella chiesa di Santa Rita, percorre a passi lenti la calle Quinta, il vialone che taglia Municipio Playa e conduce alla residenza privata di Fidel Castro. La protesta silenziosa delle madri-coraggio di Cuba sta mettendo in grave imbarazzo il regime. Questa donne non innalzano cartelli, non gridano slogan, non inveiscono contro il potere. Camminano a fronte alta, racchiuse in abiti di lutto, testimoni di un dolore che reca i segni inequivocabili dell'ingiustizia. I poliziotti (ce n'è uno ogni cinquanta metri sul grande viale dove due volte al giorno passa il Comandante) hanno cercato di dissuaderle in tutti i modi. Le hanno pedinate, strattonate, minacciate d'arresto. Ma non c'è codice penale al mondo che impedisca di passeggiare per strada, una libertà che fino a prova contraria sussiste anche nel socialismo tropicale.
"Andremo avanti fino a quando l'ultimo detenuto per reati d'opinione non verrà liberato"" afferma decisa Caridad Peña, una signora di mezza età che presiede il Comitato cui aderiscono una trentina di madri e parenti dei prigionieri. Hanno la loro brava tessera con tanto di nome e di numero, "perché non abbiamo nulla da nascondere", dicono. Il Comitato porta il nome di Lionor Perez, la moglie di Josè Martì, il padre della patria di cui proprio in questi giorni il regime festeggia il 150mo della nascita con manifestazioni di massa e parate militari. La rivoluzione socialista si è appropriata dell'eroe dell'indipendenza cubana che la retorica ufficiale ama accostare al lider maximo. Strappando il velo della menzogna di Stato, il Comitato Lionor Perez sfida il potere sul terreno dei diritti civili.
E poiché queste dame di ferro non si sono piegate né alle intimidazioni né alle minacce ecco che il regime ha deciso di colpire il loro cuore di madri con una serie di pesanti ritorsioni sui figli. Sono stati puniti col carcere duro, segregati in carceri lontane, esclusi dalla visita dei parenti. Un ricatto ignobile a cui, almeno finora, nessuna del Comitato ha ceduto.
Attualmente ci sono oltre 200 prigionieri politici a Cuba. Erano molti di più fino al 1998, quando fu varata l'amnistia chiesta insistentemente dal Papa durante la sua visita all'Avana. Ma la repressione non si è fermata, la battaglia ideologica ha ripreso fiato ed il potere è tornato ad ingaggiare una "lotta sorda" contro la Chiesa, secondo le parole del cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell'Avana. Negli ultimi mesi si è affacciato un nuovo tipo d'opposizione attorno al Progetto Varela che punta ad un referendum popolare per introdurre spazi di libertà nel socialismo "immutabile" proclamato recentemente dal Comandante. Dicono che il vecchio leader manifesti un crescente nervosismo per la protesta delle madri a pochi passi dalla sua residenza. In quelle donne vestite di nero ha forse intravisto un oscuro presagio. Perché, come dice il dissidente cubano Elizardo Sanchez, "il socialismo non è eterno. Con buona pace di Fidel".
[Nota: Vedere sul sito
www.avvenire.it, edizione del 1° febbraio, altri articoli sulla triste situazione del popolo cubano]