Avvenire, 11 febbraio 2003

"La giustizia di Dio è anche punizione"

Il monito del cardinale Ratzinger: non dobbiamo cancellare dai fondamenti della fede l'idea che la collera del Padre sia solo immaginazione. Il Signore che accetta tutto? Non è quello a cui la Bibbia ci invita a credere

Di Nello Scavo

L'aspetto del giudizio, "della punizione, della "collera" di Dio non deve sparire dalla nostra fede". Non usa artifici linguistici il cardinale Joseph Ratzinger per spezzare un equivoco, quello del "Dio che accetta tutto". Più che una pura invenzione questa è "un'immagine sognata". Piuttosto Dio combatte "ciò che è cattivo e per questo deve anche punire come giudice per fare giustizia". Del resto sarebbe come non riconoscere che Gesù "si mostra come Figlio di Dio proprio perché può prendere la frusta e irato cacciare dal tempio i venditori". Ed anzi il fatto che il Creatore non è indifferente "davanti a ciò che è cattivo ci da fiducia".

È in queste righe uno dei passaggi salienti della lectio divina guidata nei giorni scorsi dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella chiesa di Santa Maria in Traspontina a Roma. Una "lettura" ispirata dal Libro di Giona, il profeta che rifiutatosi di predicare a Ninive, come gli era stato ordinato da Dio, s'imbarcò verso Tarsis e gettato in mare durante una tempesta venne inghiottito da un grosso pesce, nel cui ventre rimase tre giorni uscendone poi salvo. Quasi una metafora delle contraddizioni presenti in molti cristiani di oggi.

"Il paragone tra i pagani diventati credenti e l'Israele infedele nella storia è diventato presto causa di malintesi - ha precisato Ratzinger - che dobbiamo constatare e combattere in ogni generazione". Si, perché anche la comunità ecclesiale corre oggi "lo stesso rischio di Israele: il rischio "dell'egoismo della salvezza", il rischio di guardare Israele dall'alto in basso e considerarci automaticamente giusti". I cristiani non dovrebbero temere di domandarsi: "Crediamo veramente? Non soltanto in teoria ma, in modo tale che la fede diventi fondamento della nostra vita, in modo tale che lasciamo la nostra vita nelle mani di Dio?". In realtà non è raro osservare come "la fede è per noi un peso che continuiamo a portare, ma di cui in fondo vorremmo sbarazzarci". Si spiegano anche in questo modo l'indifferenza e la superficialità con la quale tanti fedeli si relazionano con i non credenti o i nuovi pagani. "Lasciamo che i pagani rimangano pagani, Dio avrà senz'altro misericordia di loro: così si potrebbe dire". Ma questo è anche un modo per sentirsi "incoraggiati a essere pagani: se io pecco sono più vicino alla grazia, ci si dice; non cadrò così facilmente nella trappola dell'essere pieno di me". Un errore gravissimo, che non di rado conduce ad una sorta di "star bene col peccato". Finisce che il cuore "diventa cieco - ammonisce il porporato -, non vuole più Dio, non vuole più la grazia, non conosce più alcun pentimento". Ha origine da qui quella malvagità che a volte diventa crudele e sconfinata: "I misfatti di Hitler, di Stalin, di Pol Pot, di tanti altri, così come dei loro complici e simpatizzanti, sono misfatti che rovinano il mondo e precludono la strada verso Dio". Non bisogna dimenticarlo. Come non bisogna dimenticare che "Cristo non è venuto perché tutto è già buono e sta sotto il regime della grazia, ma perché l'appello alla bontà e al pentimento è assolutamente necessario". Come urgente è l'annuncio "dell'unico Dio".

C'è però una condizione: il pentimento. "Noi cristiani - ha osservato il cardinale Ratzinger - dobbiamo innanzitutto essere per primi sulla strada della penitenza per essere credibili". Penitenza come viatico per una piena conversione. Lo dimostra l'esperienza dei grandi convertiti della storia. Un percorso, quello intrapreso da loro, tutt'altro che in discesa. "La conversione - sottolinea il custode dell'ortodossia della Chiesa cattolica - non è bella e fatta, non è mai finita". Un'ascesa semmai fatta di continue lotte contro i peccati del nostro tempo: la pigrizia, l'autocompiacimento, le cattive abitudini, i pregiudizi, simpatie e antipatie, la ricerca del potere, l'avvilimento e la rassegnazione; la vigliaccheria, il conformismo, l'aggressività e la prepotenza.