Corriere della Sera, 21 febbraio 2003
risponde Paolo Mieli
La guerra americana: dubbi di ieri e di oggi
Le ragioni che gli Stati Uniti invocano a giustificazione della guerra contro l’Iraq sono sostanzialmente due: liberare gli iracheni dalla tirannide; eliminare, insieme con il tiranno, un covo pericoloso di terrorismo. Dirò subito che nessuna di queste due ragioni mi sembra convincente. La prima perché postula lo strano principio secondo il quale per liberare un popolo è necessario innanzitutto massacrarlo; la seconda, perché, oltre ad accordare a un potente della Terra prerogative inammissibili, rivela una profonda ignoranza del fenomeno che si vuole combattere. Il terrorismo, infatti, non è, se non per semplificazione, l’espressione di un potere centralizzato e gerarchizzato che pianifica le sue azioni in luoghi ben identificabili... Gino Spadon
Venezia
Caro signor Spadon, se la sua lettera non si concludesse (nella parte che mi sono visto costretto a tagliare per ragioni di spazio) con l’esortazione a combattere il terrorismo con "misure che non mirino a colpirlo al cuore - visto che il cuore non c’è - ma che cerchino invece di eliminare le cause profonde che lo hanno reso possibile e che lo fanno progredire", mi direi per intero d’accordo con lei. Questa storia delle "cause profonde", mi perdoni, l’ho già sentita un’infinità di volte per un’infinità di terrorismi. E non ho mai visto attentatori debellati da qualcuno che si fosse dimostrato comprensivo nei confronti delle loro pur legittime motivazioni. Comprendere quel che si deve concedere è una parte della risposta, l’altra non può che essere di tipo militare.
Ma torniamo alla prima parte della sua lettera. Anche io, come lei, ho moltissimi dubbi che la soluzione militare possa risolvere il caso Iraq. Ma sono, appunto, dubbi: non la certezza che possa funzionare l’opzione pacifista. E, a questo proposito, vorrei qui parlare di un giornalista di Repubblica, Sandro Viola, che di perplessità nei confronti di Bush ne ha più di me e lei messi assieme. Qualche giorno fa Viola ha ricordato un precedente che lo riguarda di persona. "Nei primi anni Ottanta quando Reagan prese a parlare di "impero del male" e varò il primo dei suoi due colossali programmi di riarmo, quelle iniziali spallate americane contro l’Urss suscitarono in Europa critiche e inquietudini non tanto diverse dalle accuse e apprensioni di questi mesi". E qui è passato a ciò che lo riguarda direttamente: "Personalmente, per il po’ che conta, scrissi una quantità di articoli imputando all’amministrazione americana una politica avventurista; che cosa avrebbe ottenuto, dove avrebbe condotto quella linea d’aperta provocazione nei confronti della superpotenza comunista? Non c’era forse il rischio di suscitare in un gruppo dirigente composto di malandati settantenni, consapevoli tra l’altro d’essere sull’orlo della catastrofe economica, una fuga in avanti, vale a dire la guerra nucleare? Quali motivi potevano spiegare l’abbandono della politica di "distensione" che per tre decenni aveva evitato lo scontro Usa-Urss e consentito di circoscrivere le crisi dette "locali"?".
E invece... "Si vide poi", ammette con franchezza Sandro Viola, "che quell’irruenza portò a uno dei massimi giri di boa nella storia del Novecento: la fine del comunismo... l’esito della politica reaganiana si dimostrò alla fine positivo". Tutto questo ci obbliga oggi quantomeno a prendere in considerazione la tesi che dalla spallata bellica all’Iraq "possa scaturire il declino dei dispotismi, la comparsa di regimi più democratici, un progressivo svuotamento del fondamentalismo e una riduzione della minaccia terroristica". Giusto. Se ha da essere, il dubbio va portato fino in fondo.