Avvenire, 26 febbraio 2003
La mezzaluna nera conquisterà l'Africa?
Nella regione a Sud del deserto un abitante su tre è islamico. Prevale spesso una fede più radicale, più politica, più intollerante che ostacola il cammino di molti Paesi verso lo sviluppo e la democrazia
Di Giorgio Paolucci
Il Continente nero diventa sempre più verde. Verde come il colore dell'islam che, da secoli maggioritario nelle regioni settentrionali, sta estendendo la sua influenza anche nella fascia a sud del Sahara accompagnando il suo incremento quantitativo con una sorta di mutazione genetica che, avviata molto prima dell'11 settembre, dopo l'attentato alle Torri Gemelle ha però conosciuto un'accelerazione notevole. È un islam più radicale, più politico, più intollerante. A fare le spese di questo processo sono sia i musulmani legati alle tendenze tradizionaliste frutto di una lunga e controversa opera di sintesi tra Corano, tribalismo e spiritualismo animista, sia i cristiani che incontrano nuovi, pesanti ostacoli a quel dialogo della vita che aveva saputo elaborare forme di convivenza tra i fedeli delle due religioni. Ma, più in generale, chi ne fa le spese è il faticoso cammino verso la democrazia e lo sviluppo di decine di Paesi che solo aprendosi alla modernità possono sperare in un futuro migliore.
Nella regione subsahariana un abitante su tre è ormai musulmano: 150 milioni su 380 milioni di africani, il 38 per cento dell'islam mondiale. Negli ultimi 15 anni sono 30 milioni gli africani che si sono convertiti all'islam, a testimonianza di quella "conquista silenziosa" documentata con dovizia di particolari in un dossier pubblicato sul numero di febbraio di Mondo e missione.
A Bamako, la capitale del Mali, le moschee sono aumentate dalle 41 del 1969 alle 200 del 1985 e si calcola che da allora siano raddoppiate. L'influenza dei marabutti - figura-simbolo dell'islam tradizionalista e perno della vita spirituale e sociale dei villaggi - viene messa in discussione dai neofiti del wahabismo di impronta saudita: commercianti e "studenti di religione", spesso formati nelle università dell'Arabia Saudita, degli Emirati, del Sudan e della Libia, minoritari ma economicamente potenti, che si autodefiniscono detentori dell'islam più autentico. Alla loro opera "demolitoria" si aggiunge quella delle organizzazioni non governative islamiche finanziate dai petrodollari che, aiutando le popolazioni povere, promuovono un'islamizzazione di tipo radicale e fanno passare un messaggio riassumibile in questi termini: a fronte dell'incapacità degli attuali governanti di promuovere lo sviluppo e all'abbandono dell'Occidente, la vera soluzione è il ritorno all'islam duro e puro.
In Niger, dove il 98 per cento della popolazione è islamica, le cinquantamila scuole coraniche rappresentano per la maggior parte dei bambini l'unica fonte di educazione e spesso di sopravvivenza: molte di esse sono diventate l'avanguardia di movimenti integralisti che aumentano la loro influenza con il sostegno economico di altri Paesi.
Nell'Africa orientale, anche se minoritario, l'islam è molto dinamico: ovunque sorgono moschee e vengono aperti dispensari, scuole e centri culturali, emittenti televisive e radiofoniche, partiti e organizzazioni che si richiamano al Corano. E anche in Paesi tradizionalmente cristiani, come quelli dell'Africa centrale e dei Grandi Laghi, aumenta la penetrazione del Corano: in Ruanda, ad esempio, dal genocidio del 1994 a oggi i musulmani sono passati dal 7 al 14 per cento.
Povertà, fame, corruzione e sottosviluppo sono gli ingredienti di una miscela esplosiva che possono trovare nell'islam radicale una canalizzazione socio-politica efficace. Jean-Paul Ngoupandé, ex primo ministro del Centrafrica e oggi deputato dell'opposizione costretto a un'esistenza semiclandestina, lancia l'allarme: "Gli Stati subsahariani, sempre più decadenti e criminali, con dirigenti corrotti e sistemi di sicurezza carenti, favoriscono ogni genere di traffici illeciti. La decomposizione degli apparati pubblici crea un terreno propizio alla creazione di reti islamiche fondamentaliste, e la regione potrebbe divenire in breve tempo un importante santuario per i terroristi. I giovani hanno un orizzonte di vita sbarrato a causa di povertà, epidemie e disoccupazione; aumenta la frustrazione nei confronti del mondo sviluppato e il rigetto dell'Occidente, tanto più che alle grandi potenze viene rimproverato di sostenere le dittature più corrotte e repressive".
La strumentalizzazione politica della religione è una delle derive della democrazia nell'Africa subsahariana, che a livello istituzionale culmina nell'introduzione della sharia, il codice di diritto islamico fondato sul Corano e sulla Sunna. Su questa strada ha cominciato il Sudan nel 1983, seguito da Somalia, Mauritania, Gibuti. La progressiva introduzione della sharia nei 12 Stati della Federazione nigeriana situati nella parte settentrionale del Paese, non è certamente estranea al fatto che il presidente, Obasanjo, sia cristiano e sudista e che il Nord voglia riprendere il controllo delle riserve petrolifere che rappresentano la principale risorsa economica del Paese più popolato del continente. Ufficialmente la sharia non viene applicata ai cristiani, ma per chi non è musulmano l'aria si fa sempre più pesante: il governatore dello Zamfara, il primo dei 12 Stati ad avere adottato il codice islamico, ha dichiarato che avrebbe firmato contratti solo con imprese dirette da musulmani, e le poche donne cristiane che osano indossare i pantaloni sono insultate e prese a sassate dai ragazzi. A Kaduna, la capitale economica del Nord teatro in novembre di violente proteste contro lo svolgimento delle finali del concorso di Miss mondo degenerate in incidenti con centinaia di morti, il fuoco cova sotto la cenere. Molti cristiani hanno deciso di lasciare per sempre la città, gli impianti della Peugeot, l'unico stabilimento automobilistico nigeriano, funzionano al minimo e qualcuno si chiede se non sia il caso di chiuderlo; la fabbrica di birra della Kronenburg è presidiata da un blindato e protetta dai militari: dall'introduzione della sharia, che vieta gli alcolici, la sua stessa esistenza appare come una provocazione agli occhi di molti. L'economia della regione è in declino e molte imprese straniere e nigeriane si preparano a lasciare Kaduna. E ad aprile la Nigeria sceglierà il suo nuovo presidente: un voto che peserà molto al di là dei suoi confini.