Corriere della Sera, 28 febbraio 2003
risponde Paolo Mieli
Il pacifismo del Papa e quello degli altri
Ho troppa stima per Giovanni Paolo II per pensarlo tanto ingenuo da far derivare direttamente dal Vangelo il rifiuto di questa guerra "senza se e senza ma". Questa non è mai stata la posizione della Chiesa né mai potrà esserlo; e questo Papa non era affatto contrario, ad esempio, a un energico intervento militare per fermare i massacri in Bosnia.
Se non ricordo male, lo ha a lungo sollecitato. Penso quindi che lo straordinario zelo pacifista della Chiesa abbia oggi motivazioni soprattutto politiche... Giovanni Paolo II è un genio della politica, e avrebbe molte cose da insegnare allo stesso Machiavelli.
Alberto Beretta Anguissola
Roma
*
Caro Beretta Anguissola, ho ricevuto molte lettere sul Papa e su come in questi giorni stia facendo di tutto per scongiurare la guerra. Il colonnello Jacques Martin Berne, che fu capo della Force d’action rapide francese impiegata nella ex Jugoslavia, scrive per ricordare (a me e alla Chiesa) che il tiranno di Bagdad ha già ucciso migliaia di cristiani. Lei, professore, ipotizza che il Santo Padre si muova con tanta decisione perché teme lo strapotere del mondo anglosassone, con le sue lobbies ostili al cattolicesimo, vede nella cultura islamica l’attaccamento a valori religiosi monoteisti, pensa di poter utilizzare l’Islam in funzione antiortodossa. Può darsi.
Per parte mia sono più propenso a credere che la sfida di Giovanni Paolo II (a cui la Casa Bianca ha reagito con inusuale e, a mio avviso, del tutto riprovevole malagrazia) sia ispirata a semplice coerenza con il comportamento suo e dei suoi predecessori lungo il corso di tutto il Novecento. Non starò a ricordarle che Benedetto XV e Pio XII levarono con identica determinazione la loro voce contro il primo e il secondo conflitto mondiale; né che, per questo, furono entrambi sommersi da polemiche simili a quelle odierne. Ma debbo rammentare a chi presenta come unico il digiuno per la pace che Papa Wojtyla ha messo in calendario per il prossimo 5 marzo, che per la guerra dei Balcani il Papa di digiuni ne volle ben due: il 10 gennaio del 1993 e il 21 gennaio del 1994. E un terzo digiuno lo fissò per il 14 dicembre 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle quando già si profilava la missione in Afghanistan. Non intendo, certo, sminuire la portata dell’attuale iniziativa pontificia che ha stavolta evidenti caratteri di eccezionalità. Ma mi sembra evidente che il "pacifismo" di Giovanni Paolo II è di natura molto, molto diversa da quella degli altri "pacifismi" che sono attualmente sulla scena. Che poi qualcuno dei suoi prelati interpreti questa missione in maniera eccessivamente militante, è un altro discorso. Qualche giorno fa, monsignor Roger Etchegaray di ritorno da Bagdad dove aveva incontrato il raìs, ha pronunciato incaute parole; "Saddam Hussein è un uomo di pace, vuole la pace; con lui la si può fare". Jean Daniel, fondatore del Nouvel Observateur che pure si definisce "un partigiano militante della pace", ha fatto un balzo e ha scritto: "Ho tra le mani quella dichiarazione di quel cardinale mio grande amico, non riesco a credere ai miei occhi". Ecco, appunto.
A me sembra, caro Beretta Anguissola, che ci sia una parte consistente della Chiesa che propende per un pacifismo vigoroso che faccia da contrappeso alla pressione militare ma che non si prefigge l’obiettivo di mantenere in sella il tiranno iracheno e si adopera, piuttosto, perché l’obiettivo possa essere raggiunto senza ulteriori spargimenti di sangue. Un’impresa lodevole alla quale, pur non essendo cattolico, mi associo. E approfitto dell’occasione per ricordare altre vibranti allocuzioni di questo stesso pontefice contro la guerra: si era nel 1991 ai tempi del primo conflitto anti Iraq; il Papa pregava ad alta voce contro l’intervento militare e in piazza San Pietro si adunavano plaudenti leader del partito appena nato dalle ceneri di quello comunista con i loro figlioletti sulle spalle. Poi le cose andarono come si sa: Stati Uniti e Gran Bretagna non si limitarono a restituire l’indipendenza al Kuwait ma imposero una "no-fly zone" sulla regione abitata dai curdi. E fu per effetto di questo, vale a dire dell’iniziativa militare di allora, che quel popolo cessò (non del tutto, purtroppo) di essere sterminato dalle famigerate armi chimiche di Saddam. Bene: devo riconoscere che mi ha fatto davvero piacere leggere ieri su Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale italiana, una bellissima terza pagina di Camille Eid e Luca Geronico in cui si dava atto di quel risultato della guerra di dodici anni fa. Con in più un titolo allarmato che avvertiva di come per quel popolo perseguitato "l’inferno del ’91 potrebbe tornare realtà".