Rivista [progressista] "Adista", n°17 dell'1 marzo 2003
PACE: La Curia di Bologna sceglie la bandiera sbagliata
31757. BOLOGNA-ADISTA. "Non sono bandiere della pace e basta, sono le bandiere della pace di sinistra". Con questa affermazione mons. Ernesto Vecchi, vescovo ausiliare di Bologna, vice del card. Giacomo Biffi, liquida, nel corso di una intervista radiofonica rilasciata il 15 febbraio scorso, la massiccia adesione del mondo cattolico e di molte parrocchie all'iniziativa delle bandiere della pace. Proprio il giorno delle grandi manifestazioni a Roma e nel mondo contro la guerra in Iraq, il vescovo, partecipando ad una trasmissione di Radio Nettuno, una radio vicina alla Curia bolognese che trasmette in tutta l'Emilia Romagna, ha affermato che l'esposizione delle bandiere nelle parrocchie stride con il fatto che "la Chiesa deve rappresentare tutti"; se ne deduce che quella che chiedono sia il papa, nei ripetuti appelli per scongiurare il conflitto in Iraq, e milioni di cattolici sfilando per le strade del mondo è una pace di parte.
Le parole del vicario bolognese scaturivano dall'intervento in diretta di una giovane ascoltatrice, Chiara, che aveva raccontato alla radio come il suo parroco avesse rifiutato di esporre la bandiera in parrocchia, nonostante l'esplicita richiesta fatta da lei e dai suoi amici. Chiara aveva cercato di spiegare che l'iniziativa era apertamente sostenuta da movimenti cattolici come "Pax Christi", ma per il suo parroco la bandiera arcobaleno "è un simbolo troppo no global e di parte". Alla ragazza don Vecchi ha replicato che quel parroco aveva ragione: "ha intuito - sostiene il vescovo - che oggi questa bandiera sta colorandosi un po' di ideologia e siccome la parrocchia rappresenta invece tutte le concezioni cristiane, lui fa fatica". Il vescovo ausiliare, probabilmente riferendosi ai carabinieri che in questi giorni, per conto del governo, stanno provvedendo a rimuovere le bandiere da molti edifici pubblici (in ossequio alla recente circolare della Presidenza del Consiglio dei ministri inviata a tutti i Comuni tramite le prefetture), ha voluto comunque mostrarsi più magnanimo della Casa delle "libertà": la bandiera, concede il vescovo, "se alla fine poi scappa esposta non è che noi della Curia veniamo a reprimere".
Ci sono però parroci che hanno reagito alle dichiarazioni di Vecchi, difendendo con decisione la loro scelta di appendere le bandiere in parrocchia: "la pace è pace. Punto", afferma don Massimo Ruggiano, parroco di S. Michele Arcangelo in Quarto Inferiore. "Per me la pace - gli fa eco il francescano padre Bruno Monfardini, parroco della SS. Annunziata a Porta Procula - è patrimonio di tutta l'umanità": non è né di destra, né di sinistra; semmai "un annuncio che spero si tramuti in un impegno da parte di tutti".
L'attacco della Curia bolognese alle bandiere della pace, specie quelle che sventolano nelle parrocchie, non è finito qui. Dopo le parole di mons. Vecchi, il 18 febbraio ci ha pensato don Andrea Caniato, incaricato per la pastorale delle comunicazioni sociali dell'arcidiocesi guidata dal card. Biffi, a rincarare la dose. Ha rilevato come quella arcobaleno sia "anche la bandiera dei movimenti per i diritti civili", "la bandiera che ha sventolato di gran lunga, come la più presente, al Gay Pride, a tutti i Gay Pride, compreso quello fatto a Roma nell'anno del giubileo, e si sa bene la posizione della Chiesa cattolica". Un simbolo, insomma, "che vuole esprimere tutte le varie forme di sessualità, dall'omosessualità al transessualismo". Per cui, dice Caniato, issarla su una chiesa, "che è un luogo di vita dello spirito", "pone dei problemi".
Immediata la replica dell'Arcigay: il presidente nazionale Sergio Lo Giudice che si dice "esterrefatto" delle parole della Curia, precisa anzitutto che il vessillo gay (la Rainbow Flag) è a sei colori, mentre la bandiera pacifista ne ha sette (uno in più, il celeste); inoltre sottolinea come le parole di Caniato rappresentino "un messaggio discriminatorio". È "arrogante e offensivo", sostiene Lo Giudice, considerare "improprio che i cattolici sventolino la bandiera della pace" "per la sua somiglianza con quella di gay e lesbiche".
Ma se nella Curia di Bologna l'impegno per la pace langue, nella diocesi di Mantova non sembra passarsela molto meglio. Don Gianni Alessandria, 50 anni, un prete operaio che vive ad Ostiano (Cremona) domenica aveva steso la bandiera della pace sull'altare della chiesa di San Mariano Martire a Canicossa (Mn), dove nei fine settimana si reca a celebrare messa. "Un modo - ha spiegato ad Adista - per portare nella nostra celebrazione eucaristica domenicale tutte le attese e le speranze che la nostra comunità aveva vissuto il giorno prima, durante una marcia per la pace che avevamo organizzato qui nei dintorni". "Al termine della messa - aveva spiegato don Gianni ai fedeli prima di congedarli - annunciamo sempre di andare in pace; ebbene, noi dobbiamo portarla fuori questa pace. Ed è come se ognuno di noi portasse sulle spalle questa bandiera". Un'iniziativa che non è stata gradita dal vescovo di Mantova, mons. Egidio Caporello. Eppure Caporello, come segretario della Cei, faceva parte di quella parte della gerarchia della Chiesa italiana che, prima della normalizzazione attuata da Ruini, esprimeva posizioni radicate nel solco tracciato dal Concilio (e fu proprio per questo che fu "esiliato" a Mantova mentre tutti quelli che gli sono succeduti nell'incarico di segretario della Cei hanno sempre ottenuto, alla fine del mandato, la porpora cardinalizia). In una intervista comparsa il 18 febbraio, il vescovo ha detto che la bandiera della pace sull'altare ''è una questione di didattica liturgica, e quindi di scelta personale. Bisogna comunque stare attenti che il segno, che in questo caso è la bandiera, non sia ambiguo e non spenga l'altare". "La messa - precisa - è già pace; e il suo simbolo principale è la conviviale mensa dell'altare".