Oriente e Occidente: sano avvicendamento di valori
Plinio Corrêa de Oliveira (*)

La
fotografia ci mostra i quattro figli del maharajah
di Karputhala agli inizi del secolo scorso. Il gruppo impressiona gradevolmente
per qualcosa di spiccatamente nobile, grazioso e delicato nel portamento, nelle
fisionomie e nei costumi dei principini.
Si
tratta di veri e propri principi, molto autenticamente indiani. Tuttavia è
evidente che, senza nessun pregiudizio per la loro autenticità, qualcosa della
nostra civiltà è penetrata profondamente in loro e nell’ambiente che li
circonda.
Quando
due grandi civiltà si incontrano, il migliore frutto dei rapporti pacifici che
dovrebbero intercorrere fra loro è proprio questo avvicendamento di valori,
fatto in modo giudizioso ed equilibrato, sicché tutte e due si arricchiscono
senza perdere la rispettiva autenticità. Al contrario, l’esito peggiore è
quando una civiltà cancella l’altra.
La
Chiesa non si identifica con una civiltà, con una cultura o con un popolo in
concreto. Sta nella sua indole promuovere la conservazione e l’accrescimento di
tutto ciò che nelle varie civiltà e culture vi è di vero e di retto, nonché
l’eliminazione di tutto ciò che vi è di falso e di cattivo.
È
facile vedere, dunque, come l’influenza cattolica sia atta a promuovere questo
sano avvicendamento di valori. Quando questo avvicendamento si dà sotto l’egida
della Chiesa, ne resulta una sostanziale unità, armoniosamente variegata, fra
le varie civiltà e culture. È questa superiore unità, fondata sulla Fede, che
noi chiamiamo Civiltà Cristiana.
Se
l’azione della Chiesa avesse raggiunto la sua piena influenza fra i popoli
d’Oriente, tutto quanto vi è di caratteristico, di elevato, di retto nella
civiltà e nella cultura dell’India si sarebbe preservato. Gli ignobili abusi
che, purtroppo, coesistevano con questi valori autentici – l’idolatria e la
terribile oppressione delle caste inferiori, per menzionarne due – sarebbero
stati eliminati. E noi avremo oggi un’India perfettamente indiana,
perfettamente permeata della sua ammirevole tradizione, ma anche perfettamente
cristiana, nobilitata dall’accettazione dei migliori valori dell’Occidente. A
sua volta, quanto avrebbe potuto guadagnare l’Occidente dal contatto con una
tale India!
In
una certa misura, fino alla seconda guerra mondiale, questo scambio di valori
proseguiva fra le classi aristocratiche dell’India e dell’Occidente. Da queste
sfere, i frutti avrebbero poi dovuto propagarsi, in modo naturale, a tutti i
ceti sociali.
Questi
principini, che rievocano qualcosa dell’atmosfera di “mille e una notte”,
dimostrano tuttavia di aver assimilato qualcosa dell’aire de cour tipica delle aristocrazie occidentali. Loro sono un
eccellente esempio dell'avvicendamento di valori fra due grandi civiltà.
Però…
la Rivoluzione (**) ha fatto irruzione sulla scena. Come aveva già fatto in
Occidente, anche in India la Rivoluzione distrusse a suo tempo le tradizioni,
si rivoltò contro quanto c’era di autentico ed organico. Col pretesto di
correggere gli abusi, la Rivoluzione sta costruendo una nazione cosmopolita,
inorganica, che è passata dall’autorità spesso eccessiva dei maharajah al dispotismo della macchina,
della burocrazia, della tecnica e della propaganda.
Ha
guadagnato con questo l’India? Ha perso? La domanda aprirebbe una discussione
senza fine, e avrebbe l’inconveniente di sviare l’attenzione da un problema
infinitamente più interessante: perché l’India non proseguì per la giusta
strada sulla quale si era ormai avviata sotto un certo profilo?
(*)
“Catolicismo”, agosto 1961 – Periodico “Tradizione, Famiglia, Proprietà”, marzo
2003. Per farne abbonamento o richiesta di una copia-omaggio, scrivere a tfp@iol.it .
(**)
La parola “Rivoluzione” è da intendersi nello stesso senso in cui è utilizzata
nell’opera “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione” (Ed. Luci sull’Est, 1998 –
http://www.intratext.com/X/ITA0129.HTM).