Avvenire, 27 marzo 2003
Maggiolini e il conformismo del cristianesimo "buonista"
Il vescovo di Como nel suo ultimo libro formula alcune domande "scomode" che smontano certi luoghi comuni ecclesiali
Di Roberto Beretta
Chiedere perdono delle colpe della Chiesa, o almeno per quelle dei cristiani del passato? Però "non si vede come sia possibile far propria la colpa di un altro", quasi esistesse "una sorta di corpo mistico del male"... Perseguire la mistica della "minoranza" cattolica, ovvero del "pochi ma buoni", in una società ormai scristianizzata? Ma "spesso è già difficile superare le asperità che si incontrano senza andarne a cercare" altre, credendosi magari degli eletti... Riappropriarsi della Bibbia e del suo linguaggio? Sì, ma solo con una guida esperta (molto fondamentalismo infatti e "molte eresie sono nate dalla Bibbia"), e senza tralasciare di citare anche il catechismo...
Il dialogo più che l'annuncio. Il senso debole del peccato. La scomparsa dell'inferno. La censura sulla morte. Bisogna ammettere che questo Declino e speranza del cattolicesimo (Mondadori, pp. 166, euro 16,60) è una spietata enciclopedia dei luoghi comuni con cui i credenti moderni sogliono spesso presentarsi in società. Dal pregiudizio implicito che la storia cominci col Vaticano II, fino alla rivalutazione dell'impopolarissimo precetto extra Ecclesiam nulla salus ("non c'è salvezza fuori della Chiesa"), monsignor Alessandro Maggiolini - sì, è proprio lui l'autore del volume che verrebbe da chiamare pamphlet, se non fosse per i toni tutt'altro che polemici - affonda la penna in ogni punto debole della vulgata medio-cattolica corrente. Un po' buonista, un po' utopista, insomma un po' generica.
Riprendendo argomenti già trattati in altri volumi, il vescovo di Como guasta le feste al conformismo col suo pervicace rivoltare la medaglia, scavando sotto ogni retorica ufficiale e ricordando le ragioni di una tradizione a cui - se non sempre si vorrà dare personale assenso - bisogna però senz'altro ascrivere il merito di non lasciar adagiare i credenti (e i preti stessi) nella banalità o nella scontatezza di certe loro parole, di alcuni modi d'essere.
"Se la fede imponesse alla ragione di rendersi inattiva o di scomparire, bisognerebbe concludere che la vita cristiana mortifica l'umanità dell'uomo". E invece, a dispetto della fama di "conservatore" che monsignor Maggiolini s'è guadagnata con la sua vasta attività pubblicistica, le domande che il nuovo libro suscita sono moltissime nonché - come dicono di solito i "progressisti" - scomode. Fino a che punto sono opportuni, in epoca di sincretismo, gli incontri interreligiosi di preghiera? Non sono troppi, e troppo poco coraggiosi, i documenti ecclesiali? Davvero bisogna in ogni caso auspicare un "ritorno alle origini" del cristianesimo? Perché si parla solo di dialogo col mondo e non più dell'antica "fuga dal mondo"? Dov'è finita la sapienza ascetica cristiana delle piccole mortificazioni, della lotta spirituale? Perché nelle nuove chiese i tabernacoli sembrano nascosti?
Anche frasi celebri (e abusate negli ambiti clericali), come il "cerchiamo quel che unisce e non ciò che divide" o "non bisogna essere solo credenti, ma credibili", o ancora "l'obbedienza non è più una virtù", sono sottoposte al vaglio, se non altro per smascherare le possibili ambiguità - che ci sono - ed impedirne l'assolutizzazione.
Ecco forse il punto, e il merito di un metodo (che peraltro vale a 360 gradi, e dunque si può applicare anche alle tesi stesse dell'autore): Maggiolini non s'accontenta di ciò che va per la maggiore - "Il conformismo consolatorio e ipnotizzante" dei più - e smonta i molti piccoli dogmi della pastorale corrente, additandone i limiti e gli eccessi, a costo di dar l'impressione di preferire certe realtà del passato. Se la cristianità occidentale deve riporre la sua speranza in qualcosa - e certo deve -, non può adagiarsi nell'ottimismo tecnico di pianificazioni clericali più o meno azzeccate, o nell'elisir toccasana delle teorie teologiche di moda; l'unico, vero "necessario" sta altrove, e non è né nuovo né vecchio. Il vescovo sembra dirlo: puntiamo lì, è tutto ciò che occorre.