Avvenire, 4 aprile 2003

Il governo cinese e l'epidemia di polmonite killer

Silenzio omertoso vettore di contagio

Bernardo Cervellera

Mentre la polmonite atipica si diffonde nel mondo, e mette in crisi turismo ed economia, nessuno bada allo stile tenuto nella circostanza dalla Cina. Oggi e soltanto oggi quel governo ha detto che debellare il morbo è una "priorità" per il Paese. Ma c'è da notare che il morbo è scoppiato nel Guangdong (Cina del sud) fin dalla metà di novembre. In questi 4 mesi Pechino non ha fatto altro che bloccare le notizie sui giornali, rendere difficile la raccolta di informazioni, blandire il pericolo di infezioni come "un'esagerazione".

Quando i primi casi furono registrati a Foshan, le notizie vennero semplicemente soppresse. Ci sono voluti tre mesi per far ammettere al governo del Guangdong che vi erano stati 5 morti, e altre 5 settimane per ammettere che vi erano 34 vittime. Di fronte al silenzio dei media cinesi, la gente ha cominciato ad informarsi coi telefonini, messaggi e-mail, diffusione di voci e patemi d'animo. Ma intanto il governo vigilava che sui giornali non apparisse nulla del pericolo. L'11 febbraio a una conferenza stampa, Hang Qingdao, capo dell'Ufficio Provinciale della Sanità aveva perfino dichiarato che "le misure prese hanno dato risultati ottimi nel controllo della situazione". Da allora la malattia ha fatto altri 35 morti in Cina, si è diffusa in Hong Kong (provocando la morte di 16 persone, infettate dal Guangdong), in Vietnam, Singapore e Canada. A tutt'oggi vi sono oltre 2 mila malati e almeno 77 morti. Perfino la domanda dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di visitare la zona del morbo, è rimasta senza risposta per una settimana.

La lentezza nel rispondere dipende solo in parte dalle barriere burocratiche che occorre attraversare. Essa è invece parte di un modo vecchio di gestire le notizie nell'Impero di Mezzo. Nel '76 ci fu un terremoto a Tangshan, con 240 mila morti. Ma la Cina non disse nulla. I dati sul sisma vennero pubblicati solo 3 anni dopo. Per anni la Repubblica Popolare ha dichiarato che nel paese vi sono 30 mila casi di Aids. Solo l'anno scorso, dopo insistenza dell'Oms, la Cina è stata costretta a dichiarare che vi sono almeno un milione di malati da immunodeficienza. Agli occhi della leadership le "cattive notizie" rischiano di creare inquietudine e instabilità. In più, nel caso della polmonite atipica, la paura di contagio rischia di scuotere l'economia cinese, già provata dalla guerra in Iraq e dalla recessione economica mondiale. Ma ad un Paese che è entrato nella globalizzazione del commercio, si può chiedere di essere responsabile globalmente del resto dell'umanità. Con ogni probabilità, se ci fosse stata più prontezza nel diffondere dati sulla malattia, a quest'ora non saremmo di fronte a una epidemia internazionale.