Corriere della Sera, 12 aprile 2003
Cala il popolo "no war", il 13 per cento ha cambiato idea
di RENATO MANNHEIMER
La presa di Bagdad e il crollo di Saddam hanno comportato un mutamento rilevante nei giudizi sulla guerra. I favorevoli si sono accresciuti del 50% rispetto alla scorsa settimana e costituiscono oggi quasi il 40% della popolazione. Dichiara esplicitamente di aver cambiato idea il 13% degli intervistati, rappresentativi di più di tre milioni e mezzo di persone. Si tratta quasi esclusivamente di elettori di centrodestra o di destra. Grossomodo il 40% di questi ultimi si era pronunciato in passato contro il conflitto, aderendo in molti casi al movimento per la pace. Più della metà di costoro (pari a circa un quarto dell’elettorato del centrodestra) ha rivisto oggi il proprio giudizio. Ha contato specialmente la valutazione della durata della guerra. La maggioranza degli italiani ritiene che essa sia stata "meno di quanto di aspettasse". Ma la percezione, come sempre, è in larga misura filtrata (e dipendente) dall’orientamento politico. Nel centrodestra l’opinione che la guerra sia durata meno del previsto è più diffusa, sino ad essere condivisa da più del 50%. L’opposto accade nel centrosinistra. Le stesse considerazioni si possono fare sulla percezione del numero delle vittime, anche se, comprensibilmente, la maggioranza degli italiani, a destra come (in misura maggiore) a sinistra, ritiene che siano state comunque troppe. Muta anche il giudizio nei confronti di Stati e istituzioni. Al punto che l’Unione Europea, che fino a qualche giorno fa raccoglieva il 50% di giudizi positivi, vede diminuire questo consenso al 33%. E gli Usa, che godevano dell’approvazione di meno di un terzo dell’elettorato, vengono oggi approvati da quasi la metà. Scende anche il consenso per Francia, Germania, Russia e Onu, mentre si accresce di settimana in settimana, pur lievemente, l’approvazione per il ruolo assunto dal nostro Paese.
Ciò nonostante, il seguito del movimento per la pace rimane (non sappiamo fino a quando) assai diffuso. Circa due cittadini su tre (80% nel centrosinistra, 40% nel centrodestra) ritengono opportuno continuare ad esporre la bandiera della pace. E il 60% reputa utile la manifestazione indetta per oggi. Tra costoro, però, la massima parte pensa che essa dovrebbe essere rivolta "contro tutte le guerre e non solo contro questa", offrendo così un argomento per la sopravvivenza del movimento. Nel quale però pare essersi fortemente attenuato il connotato qualificante, vale a dire la presenza di una "nuova" partecipazione, da parte di chi sino ad oggi non si era interessato di politica e aveva approfittato di questa circostanza per esprimere la propria opinione. Proprio tra costoro - specie tra le persone con titolo di studio meno elevato - si registrano più di frequente i mutamenti di opinione provocati dalla fine del conflitto. Il "no alla guerra" risulta oggi ribadito relativamente più da chi esprime un connotato politico-ideologico ben preciso e meno da chi si è avvicinato alla politica in questa occasione, per motivi "ideali" o di "principio".
L’erosione quantitativa dei pacifisti non significa però che il movimento non possa avere in futuro degli effetti sull’orientamento di voto: solo tra qualche tempo potremo stimare precisamente il perdurare (o il dissolversi) del fenomeno. Dipende dalla diffusione del processo - iniziato negli ultimi giorni - di ricomposizione delle "lealtà" di partito spezzatesi in occasione del conflitto, specialmente ai danni delle forze di centrodestra.
Ma appare probabile che, come ha scritto Diamanti, l’episodio della guerra in Iraq produca comunque effetti significativi tra i giovanissimi che sono stati socializzati alla politica proprio in questa occasione: l’avversione agli Usa che essi hanno in qualche misura maturato potrebbe lasciare il segno per molto tempo.