Corriere della Sera, 12 aprile 2003

L’ambasciatore americano presso la Santa Sede: il Papa non ha mai detto che la guerra è immorale. Tapis roulant e Bibbia, Bush non ci rinuncia mai

"Il Pontefice e il presidente Usa sono uniti dalla fede"

"Sull’11 settembre, Wojtyla mi disse: "Non è stato un attacco contro gli Stati Uniti, ma contro l’umanità""

ROMA - Rievoca le fasi più difficili di quest’ultimo mese. Lo fa senza particolare enfasi, da militare, insomma, qual è stato nella prima metà della sua vita perché nella seconda, invece, ha fatto l’avvocato, poi l’imprenditore nel settore dell’edilizia prima di passare alla politica, fino a diventare chairman del partito Repubblicano. James Nicholson, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, da ragazzo è stato a West Point, e, dopo, per un anno, in Vietnam. "Conosco la guerra, so che riserva sempre sorprese. Belle, brutte. Dall’Iraq, per ora, sono venute soprattutto quelle belle".

Che ricordo ha del 9 aprile, ambasciatore Nicholson?

"Ero a casa, qui a Roma. Stavo guardando la tv e ho provato emozione, rispetto, ammirazione per il lavoro straordinario che quei ragazzi avevano fatto, in un tempo così breve. Hanno dato un gran prova di disciplina e insieme di sensibilità per le ferite fisiche e morali dei civili. Sono stato orgoglioso di loro".

Che cosa pensa della strategia adottata dal sottosegretario alla Difesa, Rumsfeld? Per alcuni giorni, lui, Paul Wolfowitz e Richard Perle sono stati anche molto criticati, e pure dai media americani.

"Conosco bene tutti e tre e li considero intelligenti, esperti e competenti. Sono uomini guidati da princìpi saldi, da una missione. Non cambiano idea, nè si lasciano influenzare dalle critiche".

Quando ha incontrato il Papa per la prima volta?

"Gli ho presentato le mie credenziali due giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Me lo ricordo come se fosse oggi. Il Papa era addolorato. Mi disse: "Non è stato un attacco contro gli Stati Uniti, è stato un attacco contro l’umanità". Fu una conversazione importante, ed è stato significativo, costruttivo, poter contare sull’appoggio della Santa Sede contro il terrorismo".

Poi però le relazioni si sono raffreddate.

"Non è vero. I rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede sono rimasti buoni perché si fondano su valori comuni. Il presidente Bush e il Vaticano condividono davvero tante cose: il rispetto per la vita, per la dignità dell’uomo, per le libertà religiose, per i diritti umani. Nei valori noi siamo davvero vicini, siamo così". L’ambasciatore intreccia le sue mani per significare l’unità di intenti.

Sta dicendo che George W.Bush e papa Woytjla condividono una stessa idea della religione?

"Fondamentalmente sì. Credono in Dio e in Gesù Cristo. Durante la campagna elettorale, ho girato tutti gli Stati Uniti con il presidente. Alla sera, di ritorno in albergo, il presidente non mancava mai due appuntamenti: una corsetta sul tapis roulant e la lettura della Bibbia. La cena poteva anche aspettare".

Quando ha capito che il Vaticano sarebbe rimasto contro la guerra in Iraq?

"Il 13 gennaio di quest’anno. Parlando ai diplomatici di tutto il mondo, il Papa disse "No alla guerra. Non è sempre inevitabile". E su questo gli Usa erano totalmente d’accordo. Aggiunse "La guerra dev’essere l’ultima risorsa". E anche su questo, concordavamo. Qualche giorno dopo, tornò sull’argomento: "La guerra è una sconfitta per l’umanità". Eravamo d’accordo pure in questo caso. Fondamentalmente, non ci siamo mai trovati in contrasto con le dichiarazioni del Papa. E’ un uomo di pace, non può esprimersi in modo diverso. D’altra parte, non ha mai detto: "La guerra è immorale". La dottrina della Chiesa considera l’ipotesi di una guerra giusta, per esempio se un Paese è sotto attacco o a rischio di un imminente attacco. Il presidente Bush ha ritenuto che gli Stati Uniti si trovassero in questa condizione. Il Papa non ha condiviso tale giudizio".

Lei crede che la posizione assunta dal Vaticano e da Giovanni Paolo II in particolare, abbia contribuito ad evitare che il conflitto in Iraq si trasformasse in uno scontro tra religioni?

"Non penso che le parole del Papa fossero mosse da quest’intenzione, ma ritengo che i suoi interventi abbiano avuto un effetto positivo sul mondo islamico. Hanno capito che non si stava erigendo alcuna trincea religiosa. In Vaticano, con il sottosegretario Bolton, si è discusso di una comune iniziativa sul fronte degli aiuti umanitari. Bolton e monsignor Tauran hanno opinioni comuni sul ruolo che la Chiesa potrà svolgere in questo senso in Iraq".

Le preoccupazioni per il dopo non sono poche.

"L’America spera che il mondo faccia propria l’esortazione del Papa: "Gli uomini imparino a vivere nella reciproca tolleranza". Evitare lo scontro di civiltà, questo è l’obiettivo degli Stati Uniti. Come ha detto Henry Kissinger, la grande sfida, nel futuro dell’America, è sviluppare il consenso morale".

Maria Latella