Corriere della Sera, 14 aprile 2003

SCENARI E PAURE / La protesta mondiale per il conflitto e le congetture su un prossimo bis con la Siria o l’Iran

Dalla guerra di Corea all’Iraq, il filo rosso del pacifismo catastrofista

di EDGARDO BARTOLI

Tutte queste bandiere arcobaleno che continuano a sventolare a guerra ormai finita hanno preso un po’ l’aria malinconica degli alberi di Natale ancora da disfare dopo l’Epifania. Quelle formato famiglia rimaste appese alle finestre mantengono forse un valore morale, hanno qualcosa di poetico; quelle formato Piazza San Pietro delle manifestazioni di massa hanno invece qualcosa d’imbarazzante. Non si sa più esattamente che cosa chiedano, e gli slogan aggiornati all’ultimo momento le fanno apparire come vecchi abiti rivoltati, da riutilizzare prima o poi. Ma se l’attacco all’Iraq è stato una realtà che ha sollevato una protesta mondiale senza precedenti, un prossimo bis con la Siria o l’Iran è solo una congettura. E con le congetture non si mobilitano gli animi. Con rassegnazione e realismo, quelle fantasiose bandiere multicolori potrebbero essere riposte, prima che si trasformino in un duplicato anacronistico della petulante colomba di Picasso. E anche prima che l’arcobaleno sostituisca definitivamente le tradizionali bandiere rosse della sinistra. Perché così come il monocromo candore del simbolo picassiano era appropriato al mondo bipolare di ieri, senza sfumature intermedie, la policromia della nuova bandiera rappresenta altrettanto appropriatamente il rapporto di semplice contiguità che unisce sia le disparate componenti del fronte pacifista, sia le contraddittorie anime della sinistra che di questo fronte ha assunto il patrocinio morale (non politico).

Per la vecchia sinistra il pacifismo era invece uno strumento politico affilato di volta in volta sulle circostanze, calibrato secondo gli scopi, manovrato a fini strategici. A cominciare dai tempi dei Partigiani della Pace, consegnati da Mosca al Pci come arma impropria per la difesa dell’Urss ancora a corto di armi nucleari. Le colossali menzogne comuniste, le ingiurie sanguinose agli avversari, tutto era in funzione di un disegno preciso. La guerra di Corea fu, in questo senso, la prova di collaudo della guerra fredda. Il Pci sparò tutte le sue cartucce, l ’Unità annunciò che "l’infame aggressione americana" era stata "respinta eroicamente dal popolo di Corea", Togliatti chiamò "bandito" il generale Mac Arthur e nessuno ritenne necessario spiegare come i carri armati americani avessero potuto attaccare la Corea del Nord innestando la marcia indietro.

Allora, una regìa meticolosa ed efficiente allestiva, sceneggiava il pacifismo del Pci mirando allo scopo: tutelare gli interessi dell’Urss, assecondarne le mire all’interno dell’equilibrio bipolare. Quel pacifismo aveva la sua aureola teorica nel terzomondismo che consentiva la distinzione di principio fra "guerre giuste", "guerre ingiuste", "guerre di liberazione" e apriva una "prospettiva storica" nella quale le avventure sovietico-cubane in Africa, dall’Etiopia all’Angola erano altrettante tappe nella liberazione del Terzo Mondo piuttosto che altrettanti passi avanti dell’espansionismo sovietico.

Lo "strappo" di Berlinguer dopo il ’68 cecoslovacco, la presa di distanze dall’Urss, il riconoscimento comunista dell’Europa e del patto atlantico, la marcia d’avvicinamento alla socialdemocrazia tedesca, modificarono in parte questa tattica pacifista del Pci. In piccola parte, perché la questione dei missili in Europa, negli anni ’80, dimostrò che nella sostanza ben poco era cambiato, che la linea di fondo della sinistra comunista restava la stessa: l’opposizione pregiudiziale e furibonda a qualsiasi iniziativa di politica estera segnalante la presenza nel mondo delle democrazie occidentali. E le previsioni apocalittiche che motivavano l’opposizione erano le stesse del 1949 contro il Patto Atlantico, del 1954 contro la comunità difensiva europea, del 1956 contro la comunità economica... Tutte puntualmente smentite.

Con la scomparsa dell’Urss come punto d’orientamento, nel 1989, il terzomondismo è tornato come ideologia sostitutiva per tutta quella vasta parte della sinistra restìa ad accettare fino in fondo il new look riformista. E il pacifismo di sinistra ha preso allora l’aspetto composito e passionale che lo ha portato casualmente a confluire nella fiumana del pacifismo mondiale sollevata dall’allarmante politica di Bush. Opposizione alla guerra del Golfo del ’91, benché "legale" in quanto autorizzata dall’Onu, e opposizione a questa perché "illegale"; silenzio acquiescente sulla guerra del Kosovo, perché fatta da un governo di sinistra anche senza la legalizzazione Onu, ma opposizione a quella in Afghanistan, pure "legale" e "giusta".

Un solo filo ininterrotto collega il pacifismo "scientifico" di ieri al pacifismo magmatico di oggi: quello del catastrofismo, delle previsioni apocalittiche. I nuovi slogan di oggi ne sono l’eco. Ci si mobilita contro la "guerra infinita" con lo stesso spirito col quale appena pochi giorni fa si ventilavano (con inconfessato compiacimento) previsioni su un possibile Vietnam iracheno. Auguriamoci che neanche questa volta l’apocalisse si avveri, ma sventolare adesso la bandiera arcobaleno significa ritenere pregiudizialmente che l’apocalisse sia dietro l’angolo. Meglio ammainarla, tenendola in serbo per scaramanzia; o, se si preferisce, appenderla a mezz’asta, in ricordo.