Corriere della Sera, 17 aprile 2003

"Annullo il viaggio a Cuba, quel regime mi fa orrore"

Bassolino: "Il progetto di cooperazione andrà avanti, non credo alla politica dell’embargo scelta dagli Usa"

NAPOLI - "No, non andrò a Cuba. Ciò che sta avvenendo lì mi fa orrore. E non intendo offrire alibi politici a un governo che fucila i dissidenti". Non c’è spazio per dubbi ed equivoci: la risposta di Antonio Bassolino è netta. E chiude così il dibattito sollevato, in questi giorni, dal Corriere della Sera e dal Corriere del Mezzogiorno sull’opportunità di un suo viaggio a L’Avana proprio mentre il regime castrista soffoca il dissenso nel sangue. "D’altronde, bisognava ancora fissare la data della visita - aggiunge il presidente della Campania -. Ma è chiaro che, a questo punto, neppure se ne parla". Come era nata l’idea?

"Negli ultimi mesi, con l’agenzia dell’Onu, abbiamo lavorato a un progetto di cooperazione finalizzato ad investimenti dell’industria campana sull’isola caraibica. Il nostro assessore all’urbanistica, Marco Di Lello, ha intessuto i fili di questo rapporto che considero molto importante per lo sviluppo economico di Cuba e per la nostra imprenditoria".

D’accordo, ma cosa c’entra il suo viaggio?

"Semplice: durante i colloqui, le autorità locali avevano espresso il desiderio che io fossi presente alla firma dell’accordo. E si stava valutando l’opportunità d’inserire questa tappa all’interno di un percorso più ampio, destinato a toccare anche il Brasile e altri Paesi dell’America Latina".

Poi?

"Beh, poi è cambiato tutto con il brusco inasprimento della situazione cubana. Sia chiaro, però: occorre distinguere le relazioni economiche da quelle politiche".

Vale a dire?

"I rapporti commerciali andranno avanti perché altrimenti, come ha sottolineato Biagio De Giovanni nel dibattito di questi giorni, bisognerebbe tagliare i legami con i due terzi del mondo. Ma la politica, come la vedo io, è un’altra cosa: si fonda su un sistema di valori che non ammette sconti quando è in gioco il tema dei diritti umani".

I soldi, quindi, non puzzano?

"Allora gliela faccio io una domanda: pensa che il lungo embargo statunitense abbia prodotto qualche risultato?".

Risponda lei.

"Assolutamente no. Anzi, ha accentuato la chiusura del regime, relegandolo in un isolamento economico e politico i cui effetti, purtroppo, sono davanti ai nostri occhi. Intessere relazioni commerciali significa anche aprire la porta a scambi culturali, al confronto tra diverse visioni del mondo: ingredienti, questi, che non fanno appassire la libertà ma, casomai, la inducono a germogliare".

Non è da oggi, però, che a Cuba viene calpestata ogni forma di dissenso.

"Infatti. E disgraziatamente non solo lì, ma in tante altre nazioni. Ma le dico di più: in altri tempi, avrei fatto questo viaggio anche per sollevare la questione dei diritti umani in ogni incontro pubblico e istituzionale. Ma le fucilazioni dei giorni scorsi hanno cambiato radicalmente la scena, rendendo impossibile qualunque mediazione. Le parole, in questa fase, non bastano".

E cosa serve, allora?

"Cuba non va abbandonata al suo destino. L’Italia e l’Europa devono esercitare una forte pressione su Fidel Castro e il suo governo affinché facciano un passo indietro e invertano la rotta. Senza mezze misure, però. Ma con chiarezza e determinazione. In tal senso, fa bene il nostro parlamento a discutere della vicenda".

Eppure il premio Nobel per la letteratura, Josè Saramago, comunista, dopo le fucilazioni ha scritto: "D’ora in avanti Cuba andrà per la sua strada. Io mi fermo qui". Ed è l’esatto contrario di quello che lei dice.

"Ho letto il suo intervento su El Pais: bellissimo come sempre. Ma lui è uno scrittore e può anche abbandonarsi allo sgomento. Io, invece, no: sono un uomo delle istituzioni e non posso fermarmi. Ho il dovere di non andare a Cuba in questo momento, ma anche quello di lavorare affinché la situazione cambi. Anzi, le confesserò una cosa".

Quale?

"Io spero di poter andare presto a Cuba: significherebbe che non abbiamo combattuto invano questa battaglia".

Ma quell’isola, per decenni, è stata un mito della sinistra italiana.

"Non per me. Certo, a differenza di tanti Paesi dell’Est che si videro imporre il comunismo dall’Unione Sovietica, lì ci fu una vera rivoluzione popolare contro l’odioso regime di Batista. Però una cosa è amare una figura straordinaria come Che Guevara, che tuttora rappresenta un punto di riferimento morale per milioni di persone, me compreso, e un’altra è sentirsi vicini a una struttura dello Stato che reprime il dissenso. Una sinistra moderna ha bisogno di ben altri miti".

Ad esempio?

"Il movimento per la pace, con la sua trasversalità, ha imposto all’ordine del giorno il tema dei diritti umani, una questione che non può essere sacrificata sull’altare delle ideologie o delle convenienze di parte. E credo che questa sia una direttrice fondamentale per tracciare il futuro delle forze democratiche in Italia e nell’intera Europa".

Enzo d’Errico

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IL DIBATTITO

"Liberazione" fa autocritica

"Siamo amici dell’Avana, ma proprio per questo esprimiamo netto dissenso per la svolta"

Armando Cossutta di Cuba preferisce non parlare. "E’ una questione delicata, lasciamo perdere". E infatti il presidente dei Comunisti italiani - partito schierato con Fidel senza troppi se e ma - non ne parla e delega la "questione delicata" al responsabile esteri Jacopo Venier: che "deplora" le esecuzioni capitali, ma difende Cuba "senza imbarazzi e senza reticenze". A sinistra, però, si levano sempre più alte le voci di protesta contro la repressione di Castro. Pesa l’intervento di Pietro Ingrao, grande vecchio della sinistra, che ha scritto un editoriale durissimo sul manifesto di ieri. Ma anche la posizione di Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista: "In nome dell’amicizia di lunga data con Cuba, il mio dissenso da quanto sta avvenendo è molto netto. Le condanne sono piombo nelle ali del Paese". "Le notizie che arrivano da Cuba non consentono silenzi" scrive Ingrao sul quotidiano che nel ’68 si schierò contro Castro che appoggiava i carri armati di Praga, ma che nel ’96 pubblicò per tre giorni il Granma , quotidiano organo ufficiale del Pci cubano. Ingrao usa parole pesantissime, parlando dell’arresto dei 78 oppositori e delle tre condanne a morte dei dirottatori del traghetto: "cifre agghiaccianti", "processi farsa", "inganni feroci", "condanne a morte ripugnanti", "boia macchiati di sangue". Di fronte a tutto questo, spiega Ingrao, che ricorda l’esempio del Nobel Saramago, occorre avere "il coraggio della verità".

I Ds dicono di averlo avuto a tempo debito, come spiega il segretario Piero Fassino: "Siamo stati tra i primi a denunciare la repressione, quando ancora i giornali non ne parlavano". Sandro Curzi, direttore di Liberazione , ammette invece di essere stato colto di sorpresa. Ieri ha ricevuto 40 lettere dai lettori e oggi dedicherà tutta l’ultima pagina alla "selvaggia ondata di repressione": "Non abbiamo dato alla questione l’importanza che meritava - spiega Curzi - per colpa della guerra, siamo una redazione piccola. Ma forse anche perché le notizie che arrivavano erano imbarazzanti. Facciamo autocritica: i nostri lettori sono arrivati prima di noi".

Bertinotti, anche lui silente per qualche giorno, invita innanzitutto a ricordare che cos’è Cuba: "Andate a visitare il centro storico dell’Avana e le favelas di Buenos Aires, guardate in faccia un bambino di Cuba e poi uno di Haiti". Detto questo, però, il giudizio è netto: "Cuba è uno dei punti di riferimento del movimento per la pace e della rinascita dell’America latina, insieme a Lula, Chavez e Gutiérrez. Proprio per questo ha una responsabilità particolare e non può reagire all’aggressione degli Usa adottando a sua volta politiche regressive. Il nostro dissenso è nettissimo".

Schierato con Castro rimane quindi solo il Pdci. E di questa presenza nell’Ulivo di un partito che sostiene "il tiranno assassino Fidel Castro", chiedono conto alcuni esponenti del Polo, come il vice presidente dei senatori di Forza Italia, Lucio Malan, e il collega di partito Giorgio Lainati. Ma anche nel centrodestra si discute. E se alcuni senatori e deputati di An e Fi invitano il governo a "rivedere i rapporti commerciali con Cuba" e a congelare gli aiuti condizionandoli al rispetto dei diritti umani, Gustavo Selva (An) giudica "burocratica" la risposta del sottosegretario Baccini, fresco di visita a Cuba.

Intanto le poste dell’Avana rischiano il sovraffollamento: dopo le lettere di protesta di Pezzotta, Epifani e Formigoni, ieri hanno annunciato l’invio di posta nei Caraibi il presidente della Toscana Claudio Martini e perfino Gianni Minà, che esprime all’amato lidér máximo tutta la sua "amarezza per le condanne a morte". Ma l’autore del libro-intervista a Castro ha pronta anche un’altra lettera, questa volta indirizzata al presidente Bush: "Voglio chiedergli conto di quei duemila esseri umani scomparsi negli uffici delle sue polizie".

Alessandro Trocino

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Il giro di vite di Fidel Castro

LE CONDANNE - Un gruppo di 78 oppositori del regime, tra i quali sindacalisti e giornalisti, è stato condannato nelle scorse settimane a pene tra i 6 e i 28 anni di carcere. A finire in carcere sono stati soprattutto i fautori del progetto Varela, un documento che aveva raccolto oltre 11 mila firme e che chiedeva il ripristino delle libertà politiche ed economiche.

LE ESECUZIONI CAPITALI – L’undici aprile tre persone, responsabili del tentativo di dirottamento di un traghetto con 36 persone in direzione degli Stati Uniti, sono state fucilate all’Avana dopo un processo che le stesse autorità cubane hanno definito sommario. La pena capitale non era applicata a Cuba da tre anni.