Libero, 19 aprile 2003
Campagna di LIBERO a favore di un oppositore del regime dell'Avana: subito lo status di rifugiato politico
CASTRO LO VUOLE MORTO. SALVIAMOLO
Appello per un dissidente cubano che le nostre autorità intendono espellere dall'Italia e consegnare a Fidel
di RENATO BESANA
Le prigioni di Castro stanno per inghiottire un altro dissidente, che non si trova tuttavia a Cuba, ma in Italia. La Commissione per i rifugiati ha infatti negato asilo politico a Oriel De Armas Peraza, che aveva cercato riparo nel nostro Paese. Se non interverranno fatti nuovi, sarà rispedito all'Avana, dove lo attende un destino oscuro. Lo status di rifugiato non gli è stato concesso perché, prima della fuga, non era mai stato in carcere; non esisterebbero quindi prove della persecuzione subita. Avrebbe insomma dovuto finire in galera per ottenere le garanzie necessarie a evitarla. Se ne potrebbe dunque riparlare soltanto a pena scontata. Caro signore, ripassi fra vent'anni.
L'indifferenza ottusa della burocrazia desta sempre sconcerto misto a orrore. Ci si domanda come sia possibile stritolare ragione e coscienza nella correttezza formale di una pratica. L'Italia, in questo, vanta una tradizione scellerata. Nel dicembre dello scorso anno, all'aeroporto di Malpensa, era stato rimpatriato un ingegnere siriano sul cui capo pendeva una condanna a morte per motivi politici pronunciata dal regime di Assad. Lo si venne a sapere soltanto a cose fatte, grazie alla denuncia di Medici senza frontiere e Amnesty international. Anche Apo Ocalan venne allegramente consegnato al carnefice. I giudici turchi commutarono poi la pena capitale in ergastolo, ma quando l'esponente del Pkk fu imbarcato sull'aereo per Ankara, ancora non l'avevano deciso.
Negli ultimi giorni, a sinistra, ferve il dibattito sulla repressione a Cuba. Coloro che facevano vanto di rifiutare i se e i ma hanno scoperto i però. Disapprovano i processi politici, però vogliono salvare il castrismo, senza comprendere che l'ondata repressiva non ne costituisce una deviazione, ma una conseguenza. Lacerazioni e pentimenti sembrano sinceri. Volessero tuttavia uscire dall'autocommiserazione, dall'ansia di giustificare se stessi, in una parola dal narcisismo, tutti questi sinceri democratici potrebbero compiere un gesto concreto: schierarsi a favore di Oriel De Armas Peraza, senza se, senza ma e senza però. Invece di discutere se sia tollerabile la persecuzione di tanti innocenti, ne salvino uno, qui e ora. Un uomo, carne e sangue, non il fantasma dell'ideologia, o la passione astratta per le grandi idee, che si fanno piccole e meschine quando rifiutano la realtà.
Il centro destra, dal canto suo, che pure si definisce Casa delle Libertà, non s'è dato pensiero di tutelarne una, semplice e concreta: il diritto di esprimere le proprie idee. Il caso dell'esule cubano potrebbe diventare un simbolo, ma non per questo abbiamo il dovere mortale di batterci in suo favore. Quel che conta, per prima cosa, è salvare la dignità di una vita. La sua, e quindi la nostra. Noi di LIBERO abbiamo lanciato un appello al presidente del consiglio e al capo dello Stato; i lettori lo troveranno a pagina 3. Basta sottoscriverlo, nella certezza che tante deboli voce, le nostre, diventino una sola, e forte, capace di farsi ascoltare.
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Pag. 3
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L'APPELLO DA INVIARE A CIAMPI, CASINI E PERA
Ecco il testo da inviare via e-mail o via fax alle più alte cariche istituzionali per spingere lo Stato italiano a concedere a Oriel de Armas Peraza asilo politico in Italia.
Al Presidente della Repubblica
Dott. Carlo Azeglio Ciampi
e-mail:
presidenza.repubblica@quirinale.itAl Presidente della Camera
On. Pierferdinando Casini
e-mail:
Casini_p@camera.itAl Presidente del Senato
Sen. Marcello Pera
e-mail:
m.pera@senato.itPetizione popolare sul caso di Oriel de Armas Peraza
I seguenti cittadini della Repubblica italiana
In nome dei principi contenuti dalla nostra carta Costituzionale e di quelli contenuti nelle Convenzioni internazionali sui diritti umani cui l'Italia aderisce, chiedono di esaminare con la massima attenzione la richiesta di asilo politico inoltrata ai competente uffici dal cittadino cubano Oriel De Armas Peraza, tenuto conto che lo stesso ha svolto a Cuba attività in favore dei diritti civili e dell'affermazione della democrazia, per cui è stato perseguitato dal regime di Fidel Castro e rischia la vita in caso di rientro a Cuba.
(segue firma del o dei cittadini)
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Ha 29 anni, una moglie e una figlia, non è stata accolta la sua domanda di asilo politico. E fra due mesi potrebbe essere espulso
SALVIAMO IL DISSIDENTE ORIEL DALLE GRINFIE DI CASTRO
Attivista dei diritti umani, è scappato da Cuba perché rischiava la vita e ora vive a Vicenza. Ma l'Italia vuole rispedirlo indietro
di ELISA CALESSI
ROMA - È scappato da Cuba perché il suo nome è nella lista dei dissidenti politici. Se torna lo aspetta il carcere. O la condanna a morte. Oriel De Armas Peraza è in Italia da un anno. Ha fatto richiesta per ottenere l'asilo politico. Domanda respinta. La Commissione per i rifugiati gli ha risposto che non ha i requisiti. Vada a Malpensa dove verrà imbarcato per Cuba, gli hanno detto.
Oriel ha 29 anni, viene da Santa Clara. Sembra un ragazzino. Poi ci racconta la sua storia. "Mi chiamo Oriel, ho una moglie, Raiza Portal Sanchez, e una figlia di 4 anni, Brenda". I guai cominciano a Cuba, quando - ancora uno studente - entra in contatto con il Partito per i diritti umani e l'Alleanza patriottica cubana, associazioni clandestine che riuniscono gli oppositori del regime di Castro. "Ci davamo da fare per i prigionieri politici che sono nelle carceri o nei campi di lavoro". La polizia comincia a pedinarlo. I suoi amici sono denunciati. I controlli del regime si fanno più stretti. Aveva trovato lavoro come autista di camion, viene licenziato. "Venni a sapere che la Contra Inteligencia Militar (una specie di Kgb cubano, n.d.r.) controllava ogni mio movimento, sapevano tutto di me". Si sposa e la sua bambina, Brenda, "Dovevo andare via, mettere in salvo la mia famiglia". Un amico in Germania gli propone una soluzione per far espatriare almeno la moglie: "La sposo io la porto qui e poi divorziamo. Così può tornare con te" gli dice. Accetta.
Gli apparati del regime stringono il cerchio su di lui. Per salvarsi, deve fuggire. Pagando una tangente di 600 dollari a un funzionario dell'Ufficio immigrazioni, riesce a lasciare il Paese. In Germania lo raggiungono moglie e figlia. Ma le autorità tedesche non gli concedono il permesso di soggiorno. Le norme per i rifugiati sono severissime. "E se vieni da Cuba è molto complicato ottenere l'asilo politico". Grazie ad associazioni che lottano per i diritti degli esuli cubani riesce a raggiungere Vicenza, dove si trova una sua sorella. Da un anno vive là.
Racconta: "In Italia ho dovuto ricominciare tutto da capo. Ho lanciato appelli a tutti: al Capo dello Stato, al presidente della Conferenza episcopale italiana, al presidente del Consiglio, al Commissario dell'Unione europea per i diritti umani, a quello delle Nazioni Unite". Ha bussato alle porte dei ministeri e degli uffici immigrazione. Ha ottenuto permessi di soggiorno temporanei. "Ma senza l'asilo politico non possono rilasciarmi documenti, quindi nessuno può assumermi". Ora rischia l'espulsione. Il suo passaporto è scaduto. Per rinnovarlo dovrebbero rivolgersi al consolato cubano. "Ma se ci vado, mi rispediscono nel mio Paese". E Cuba è il carcere. Torture o la morte. Racconta l'odissea italiana: elenca date, domande respinte sulla base di motivazioni che hanno del kafkiano. "Quello che dico è tutto documentato". Ci mostra le carte protocollate.
L'8 settembre del 2001 presenta richiesta di asilo politico alla Questura di Vicenza. Gli viene concesso un permesso di soggiorno temporaneo che scade l'8 dicembre. Glielo rinnovano fino al 6 aprile 2002.Quattro giorni dopo, il ministero dell'Interno gli notifica "l'ingiunzione a lasciare l'Italia". Destinazione, Germania. "Avevo spiegato ai funzionari che se mi avessero rispedito là, le autorità tedesche mi avrebbe rimpatriato". Disperato, il 4 luglio va alla base americana di Ederle, a Vicenza, per chiedere asilo politico al consolato americano. Non lo fanno entrare. Del suo caso, si interessa anche Franco Corbelli, del movimento per i Diritti Civili: scrive, per conto di Oriel, un appello al Capo dello Stato. Chiede che intervenga. Il 15 ottobre 2002 arriva a Corbelli una lettera di risposta del Segretariato generale del Quirinale: "Posso darle assicurazione", si legge, "che questo Ufficio ha richiamato sul caso l'attenzione degli organi competenti del Ministero dell'Interno".
Oriel, intanto, si arrangia con permessi temporanei e lavoretti in nero. Tira avanti anche grazie all'aiuto di associazioni per i diritti umani. Il 9 gennaio scorso, viene ascoltato dalla Commissione centrale per il riconoscimento dei rifugiati. "Il colloquio è durato meno di 20 minuti. Non avevo un avvocato, il mio italiano è così così. Mi chiedono: ma a Cuba sei stato in carcere? Rispondo: no, altrimenti adesso sarei morto. Gli racconto che là ero un perseguitato, che se torno sono un uomo morto". Il 31 gennaio arriva la risposta (la pubblichiamo qui a fianco). Riconoscono che è un dissidente politico. E che, se torna in patria "potrebbe incorrere nella repressione". Cioè il carcere. Dal colloquio "si evidenzia un generico contrasto verso la politica del proprio Governo". per la Commissione, insomma, non è abbastanza dissidente. Conclusione: "L'obbligo internazionale assunto dallo Stato italiano con la ratifica della Convenzione di Ginevra non comporta la facoltà per il richiedente lo status di rifugiato, di scegliere quando e dove chiedere protezione". Doveva, spiega la Commissione, fare domanda di asilo politico in Germania. Lì non glie l'hanno concesso? Affari suoi. Richiesta respinta. (…) Pierluigi Bianchi Cagliesi [nota: un amico di Oriel, afferma]: "Le motivazioni portate dalla commissione", dice, "sono inspiegabili. Si sono appesi a cavilli giuridici". Il 29 gennaio la Questura di Vicenza gli notifica il decreto di espulsione. Il 14 febbraio presenta ricorso al Tar del Veneto per bloccare, almeno per via amministrativa, l'espulsione. Il ricorso viene accolto. Ma la Questura non gli rilascia il permesso di soggiorno. Deve essere espulso tra due mesi. A giugno verrà ascoltato di nuovo dalla Commissione. "Non ho documenti; 8 milioni di spese legali e una famiglia". Per lo Stato italiano, Oriel non esiste. Ha lo status di intruso. Da cacciare al più presto.