Corriere della Sera, 19 aprile 2003

Cuba, lo spettro di un nuovo isolamento

Castro: "Gli Usa inaspriranno l’embargo? Pronti alla sfida". No a missioni Onu sui diritti umani

Il ristorante La Guarida, il più alla moda oggi all'Avana, secondo la legge dovrebbe avere solo dodici posti a sedere ed essere gestito da marito, moglie e qualche parente. In realtà, da quando è stato usato come set del film "Fragole e cioccolato", una fila si forma ogni sera lungo l'antica scala in legno del palazzo coloniale che lo ospita, le pareti sono tappezzate di recensioni delle riviste di viaggio europee e le sedie sono almeno quattro volte più del lecito. La Guarida è un paladar, esempio cubano di iniziativa privata nell'ambito dell'economia socialista. Così come lo sono le casas particulares, dove privati cittadini ospitano i turisti, i mercatini della frutta o alcuni taxi. Nella Cuba dell'"arrangiatevi" - ultimo orgoglioso bastione del socialismo oppure anacronismo in via di estinzione, a seconda dei punti di vista – tutto sembrava filare più o meno liscio fino a qualche settimana fa. I nuovi "imprenditori" giocano a gatto e topo con la polizia, così come gli accompagnatori dei turisti, le ragazze per la notte, i venditori di aragoste, i dj clandestini - tutte attività proibite - in una battaglia quotidiana per vedere fino a che punto ci si può spingere. I poliziotti chiudono un occhio, alle volte due, quando arriva qualche dollaro sottobanco. Ogni tanto i paladares sfondano una parete e aggiungono due tavoli, il tassista si tiene per sé i soldi della corsa, la famiglia sloggia la nonna dal letto, in piena notte, quando c'è da accogliere un turista con un'urgenza da talamo dell'ultima ora. La repressione addolcita dal clima tropicale e dai ritmi della salsa, sorridono divertiti i turisti.

Difficile definire il confine tra la legge e il bisogno, come cioè consentire alla gente di avere dollari americani per sopravvivere, visto che i salari ufficiali di dollari ne valgono una quasi inutile manciata.

Forse era anche per questo che nulla lasciava presagire la dura sterzata delle ultime settimane. La condanna di 75 dissidenti a pene che vanno dai 6 ai 28 anni. L’esecuzione di 3 uomini condannati come terroristi per aver tentato di dirottare un traghetto passeggeri verso gli Stati Uniti.

La repressione ha provocato reazioni in tutto il mondo. Giovedì la Commissione per i diritti umani dell’Onu ha approvato una risoluzione che invita Cuba ad accettare l’invio di una missione (francese) nell’isola, mentre gli Stati Uniti minacciano un secondo embargo: blocco delle rimesse degli immigrati (stimate in un miliardo di dollari l’anno) e stop ai voli diretti tra Stati Uniti e Cuba (decine di migliaia di fuorusciti visitano l’isola).

La risposta di Fidel Castro non si è fatta attendere. Porta in faccia all’Onu, all’Unione Europea per quanto riguarda la situazione dei diritti umani. E sfida raccolta nei confronti dell’eterno nemico americano: "Oltre 40 anni di rivoluzione hanno dimostrato che il nostro Paese è in grado di sconfiggere ogni minaccia" si legge in un duro editoriale sul quotidiano di governo Granma. Il blocco delle rimesse e dei voli? "Avranno conseguenze su un numero incalcolabile di persone a Cuba e negli Stati Uniti. Ma a essere in difficoltà sarà il governo di Washington, non certo quello cubano".

E pensare che alla vigilia delle ultime elezioni a lista unica per il rinnovo del Parlamento, lo scorso gennaio, l'economista Martha Beatriz Roque riceveva i giornalisti stranieri a casa sua all'Avana, spiegando serenamente di voler mettere in piedi una squadra per controllare la regolarità dello scrutinio in alcuni seggi. Nel suo studio campeggiavano in bella vista un computer e una radio a onde corte. Oggi due buoni motivi, secondo un tribunale cubano, per venir colpita da una condanna a venti anni di galera.

Negli ultimi anni, dei dissidenti cubani s'era sentito parlare più per le scarcerazioni e gli indulti che per le condanne. La stessa Roque era stata graziata nel 2000, otto mesi prima che scadesse una condanna a tre anni e mezzo per "sedizione con metodi pacifici", ben più lieve di quella odierna, che è per sovversione e terrorismo. La fase di tolleranza era iniziata con la storica visita del Papa, nel 1998. La chiave di lettura era una lunga lista di motivazioni e di vantaggi per Castro: la pressione degli organismi dei diritti umani, certo, ma soprattutto gli interessi economici con i Paesi contrari all'embargo americano (quasi tutti), la buona riuscita di alcune battaglie di principio, come quella del ritorno del bambino Elian dalla Florida, il crescente interesse negli Stati Uniti a riprendere le relazioni economiche, su pressione delle lobbies esportatrici.

Sempre fino a qualche settimana fa, il dissenso politico e ideologico sembrava insomma per il regime un effetto collaterale, e sopportabile, dell'apertura economica degli ultimi anni. A Cuba il controllo sociale avviene capillarmente tramite i comitati di difesa della rivoluzione, che sono a ogni isolato. Spesso l'organismo si limita a un signore anziano, più zelante degli altri, che segnala a un superiore se la figlia dei vicini frequenta stranieri, il teenager porta scarpe da tennis troppo care o quell'altro signore racconta barzellette su Fidel. Gli effetti sono odiosi, ma non portano alla galera: il "colpevole" si vede certamente respingere la richiesta di un posto di lavoro all'estero o di un visto turistico. Oppure gli viene preclusa la possibilità di mettersi in proprio. Alla fine quello che viene davvero toccato è il portafogli e l'attività che impegna i cubani per buona parte del tempo, procurarsi dollari.

Tutto questo offriva l'impressione di "fine regime" e di cambio inevitabile alle porte, in maniera indolore e graduale, con la stragrande maggioranza della popolazione che non riteneva valesse la pena mettersi nei guai o complicarsi l'esistenza. E' solo questione di tempo, si dice sempre a Cuba. La scomparsa fisica di Castro, che viaggia verso gli ottant’anni, e l'arrivo dei turisti americani, per il quale c'è chi lotta a Washington.

Caduto questo bastione, con quel che ne consegue, l'embargo può praticamente considerarsi chiuso.

Oggi la repressione in concomitanza con la guerra all'Iraq ha scompaginato le carte e aperto interrogativi. A Cuba c'è chi sostiene che la minaccia del dissenso stavolta era reale, al di là delle apparenze. Negli anni della tolleranza lo sparuto gruppetto di intellettuali nella capitale si sarebbe allargato a qualche migliaio di amici e simpatizzanti, in tutta l'isola.

Prova ne è che ben 49 dei 78 arrestati vivono fuori dall'Avana. Tesi che fa quasi il paio con quella ufficiale del regime castrista, che parla di una nuova fase di attivismo sul campo, organizzata però dai falchi dell'amministrazione Bush per accelerare il cambiamento. Alle minacce americane di un inasprimento dell'embargo, Castro risponde dichiarandosi pronto alla nuova sfida. Forse la chiave di tutto è la divisa militare verde che il líder máximo non ha mai abbandonato, simbolo della battaglia permanente.

Rocco Cotroneo