Corriere della Sera, 27 aprile 2003
Il Vaticano esprime a Castro il dolore del Papa
Con un messaggio riservato ha chiesto clemenza per i condannati a morte. Santa Sede delusa dal regime
Luigi Accattoli
CITTÀ DEL VATICANO - Finalmente anche il Vaticano protesta per le fucilazioni castriste dell’11 aprile e lo fa pubblicando una lettera del cardinale Sodano a Fidel Castro, che ha la data del 13 aprile: perché stavolta la Santa Sede non aveva taciuto, ma si era limitata a agire per via diplomatica. Quella protesta non poteva più restare riservata, e non solo perché stava montando - nel mondo - lo stupore per il "silenzio vaticano", ma soprattutto a motivo del discorso pronunciato l’altra notte da Fidel, che respingeva critiche e appelli alla clemenza.
In tal modo, Fidel aveva respinto anche la critica e l’appello papali e dunque - secondo le procedure della diplomazia vaticana - non c’era più ragione di tenere riservato un passo che non aveva ottenuto lo scopo a cui mirava.
Ma la pubblicazione della lettera è anche una risposta alle domande sul "silenzio" vaticano davanti alle tre fucilazioni. Silenzio che lo scrittore esule cubano Armando Valladares l’altro ieri sul Giornale aveva qualificato come "enigmatico e sconcertante".
Il comunicato vaticano che presenta la lettera del cardinale precisa i tempi dell’intervento e attesta che il Papa aveva "incaricato" il Segretario di Stato di esprimere il suo "profondo dolore" a Castro, "appena conosciuta la notizia delle pesanti condanne inflitte ad un significativo gruppo di dissidenti cubani, fra cui tre condanne a morte".
Sodano dunque la domenica delle Palme comunica a Castro la "profonda pena" di Giovanni Paolo e così continua: "Di fronte a questi fatti, Sua Santità mi ha incaricato di chiedere a Vostra Eccellenza che consideri attentamente un gesto di clemenza verso i condannati, con la certezza che tale atto contribuirebbe a creare un clima di maggiore distensione a beneficio del caro popolo cubano". Il cardinale concludeva affermando che "solo un confronto sincero e costruttivo tra cittadini e Autorità civili può garantire la promozione di uno Stato moderno e democratico in una Cuba sempre più unita e fraterna".
A chiarire il quadro dei rapporti tra la Chiesa di Roma e Fidel, va ricordato che i vescovi di Cuba avevano protestato pubblicamente e subito per le condanne e le esecuzioni, denunciando anche il "processo sommario" con cui erano state emesse le condanne a morte. Il loro comunicato era stato pubblicato dall’ Osservatore romano .
C’è chi ha letto il "silenzio" della Santa Sede in contrasto con il pronunciamento dei vescovi. Esso invece - spiegano in Vaticano - va interpretato come "complementare": la protesta era stata espressa dai vescovi, da Roma speravano di ottenere qualcosa sul piano pratico.
L’atteggiamento di attesa dura dai giorni memorabili della visita del Papa a Cuba, nel gennaio del 1998. Anche allora Giovanni Paolo chiese un "gesto di clemenza" per i prigionieri politici e "un certo numero di detenuti" uscì dal carcere.
Castro - sempre in risposta a desideri del Papa - ristabilì la festa del Natale e autorizzò qualche attività pubblica della Chiesa. L’ultima "concessione" si ebbe con l’inaugurazione di un convento a L’Avana, il 9 marzo scorso. Ma il rafforzamento della repressione (gli ultimi arrestati sono per metà militanti cattolici) e il ritorno delle fucilazioni hanno gelato le speranze vaticane.
La pubblicazione della lettera di Sodano sta a dire che il tempo dell’attesa, inaugurato dalla visita papale, è terminato. A meno che Castro non faccia ora un "gesto". Ma è un’ipotesi sulla quale oggi nessuno, in Vaticano, scommette.
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Il Giornale, 27 aprile 2003
L'APPELLO DEL PAPA A CASTRO: "CLEMENZA PER I CONDANNATI"
Il Vaticano rende nota la lettera inviata due settimane fa a Fidel
Andrea Tornielli
Subito dopo aver appreso delle condanne alla pena capitale e all’ergastolo inflitte ai dissidenti cubani, Giovanni Paolo II ha inviato un messaggio a Fidel Castro manifestando "profondo dolore" e chiedendo un "significativo gesto di clemenza per i condannati". La lettera, scritta a nome del Pontefice dal cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano, porta la data del 13 aprile, domenica delle Palme, cioè due giorni dopo che il regime castrista rese note le esecuzioni e le dure sentenze.
Nella missiva il porporato, dopo aver rivolto a Castro e a tutta la nazione cubana gli auguri di Pasqua, scrive: "Compio il venerato incarico di comunicarle che il Santo Padre è rimasto profondamente addolorato nell’apprendere le pesanti pene inflitte recentemente a numerosi cittadini cubani, come pure per alcune esecuzioni capitali". "Davanti a questi fatti – continua Sodano – Sua Santità mi ha incaricato di chiedere a Vostra Eccellenza di compiere un gesto significativo di clemenza nei confronti dei condannati, nella certezza che tale atto contribuirà a creare un clima di maggiore distensione a beneficio dell’amato popolo cubano". "Sono sicuro – conclude il cardinale – che anche lei condivide la mia convinzione: solo un confronto sincero e costruttivo fra cittadini e autorità civili può garantire la promozione di uno Stato moderno e democratico in una Cuba sempre più unita e fraterna".
Quando il messaggio è stato spedito, i tre uomini che avevano tentato di impossessarsi di un piroscafo per fuggire negli Usa, dopo un sommario processo, erano già stati fucilati come "terroristi". E le parole del Papa non sembrano proprio aver scosso il dittatore cubano. Perché, allora, questo testo viene reso noto soltanto oggi? Perché la notizia della lettera campeggia come titolo principale sulla prima pagina dell'Osservatore Romano stampato ieri pomeriggio? La risposta sta nelle polemiche sorte a Cuba e sulla stampa internazionale negli ultimi giorni. Più di un esule del Paese caraibico, infatti, ha criticato l'atteggiamento del Vaticano giudicandolo troppo attendista e prudente (su queste colonne l'ha fatto venerdì lo scrittore Armando Valladares). E ha soprattutto deplorato l'abile strumentalizzazione mediatica che il "lider maximo" aveva fatto della visita all'Avana del cardinale Crescenzio Sepe, Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, recatosi nel marzo scorso nell’isola insieme alla superiore delle brigidine, madre Tecla Famiglietti e all’arcivescovo di Guadalajara, cardinale Juán Sandoval Iñiguez. L’occasione per la visita era l’inaugurazione di un convento appena restaurato, che ospiterà otto religiose. Il regime cubano aveva messo in sordina la celebrazione religiosa nella cattedrale, puntando invece i riflettori sull’inaugurazione, durante la quale madre Tecla aveva insignito Castro della medaglia di "commendatore di Santa Brigida", ricevendo in cambio dalla sue mani un’alta onorificenza cubana.
Gli abbracci sotto l’occhio delle telecamere – l’avvenimento troverà ampio spazio anche sulle pagine dello stesso Osservatore Romano – avevano infastidito il cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo di L’Avana, che aveva polemicamente disertato l’inaugurazione. Gli stessi vescovi cubani hanno affidato il loro sconcerto a una nota, nella quale si attribuiscono ai protagonisti della vicenda "improvvisazione" ed "eccessi" dichiarandosi del tutto estranei all’iniziativa, e ricordando che il regime castrista "nega da molto tempo il permesso di entrare a Cuba a congregazioni e sacerdoti che desiderano prestare qui la loro opera". Nei giorni successivi Fidel Castro ordinava l’arresto in massa dei dissidenti, la metà dei quali attivisti del "Movimento cristiano liberazione".