Corriere della Sera, 27 aprile 2003

Le parole più dure in oltre tre ore di comizio sono per l’inviato diplomatico Usa, "bullo e provocatore"

Fidel dà la colpa al "complotto di Bush"

In un discorso-fiume in tv rilancia la sfida: "Difenderò il popolo da spie e mafia di Miami"

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

WASHINGTON - La repressione a Cuba è colpa dell’America.

Parola di Fidel. Anzi è "la conseguenza del complotto dell’amministrazione Usa e della mafia terroristica di Miami (i rifugiati cubani, ndr) per rovesciare il castrismo". Washington e i cubani di Miami "fomentano l'immigrazione illegale in Florida e il dirottamento in massa delle navi e degli aerei da l'Avana nella sinistra idea di provocare un conflitto armato tra i nostri due Paesi". Continuano a cercare di "liquidare la rivoluzione: neppure dopo 40 anni di vani tentativi hanno capito che è impossibile schiacciare l'eroica resistenza del popolo cubano". Il castrismo non è perciò responsabile delle esecuzioni e le incarcerazioni della "quinta colonna che vuole sovvertire lo stato: sono uomini che tradiscono la patria in cambio dei privilegi e del denaro che ricevono dall'America. Washington non potrebbe essere più ipocrita".

In un discorso fiume alla tv, oltre tre ore e mezzo - ma il record stabilito nel '98 è di 7 ore e 15 minuti - Castro si difende dalle accuse e sfida Bush. A 76 anni, il líder máximo può avere perso il fiato, ma non ha perso la furia ideologica. Non cita la lettera del Papa né confuta la tesi secondo cui ha colpito i dissidenti sperando che il mondo, distratto dalla guerra all'Iraq, non vi facesse molto caso. Denuncia "la cospirazione" americana che dal dirottamento di un Dc3 il 13 marzo scorso avrebbe generato ben 29 piani analoghi, di cui uno solo fu portato a termine. Giustifica l'esecuzione dei tre dirottatori del traghetto catturati il 2 aprile: "La sentenza del tribunale doveva essere applicata. I dirottatori devono sapere che non ci sarà clemenza. E' una misura aspra, ma queste azioni vanno stroncate alle radici". Infine si scaglia contro l'incaricato d'affari Usa all'Avana James Cason, a suo giudizio l'architetto della congiura.

Cason è la sua bestia nera. "E' venuto con l'istruzione di compiere ogni tipo di provocazioni - tuona Fidel -. E' un bullo con l'immunità diplomatica, che ha trasformato la missione in un'incubatrice di contro rivoluzionari". Il líder máximo elenca gli incontri di Cason coi dissidenti cubani, culminati in un seminario sull’etica giornalistica del 14 marzo. Presenta come pezze d'appoggio le relazioni del suo servizio segreto. Le più importanti sono quelle dell’agente "Vilma", l'economista Aleida Godines, la talpa castrista nella Confederazione operaia indipendente, nella rivista dei rifugiati a Miami Lux, e nell’Associazione per la promozione dei diritti civili. "Vilma" è di casa alla missione americana dal '96, avrebbe scoperto che fornisce ai dissidenti 35mila dollari al mese, computer, telefoni cellulari, fax. Castro ammonisce che potrebbe chiudere la missione.

La reazione Usa non tarda. Jeb Bush, il governatore della Florida, fratello del presidente, ribatte che "è un’altra infamia di un regime oppressivo che nega al popolo cubano la libertà che merita". La Casa Bianca liquida la tirata di Fidel come "propaganda" e ammonisce che potrebbe aumentare le sanzioni contro Cuba, come hanno già chiesto i conservatori al Congresso. Cason dichiara di non essere "un piantagrane che complotta contro il regime", e di essersi limitato "a fornire conforto morale a quanti sono stati in carcere per motivi politici e a dire che l'America è con loro". Solo il senatore democratico Tom Harkin, reduce da un incontro con Castro a l'Avana, caldeggia l'abbandono del confronto per il dialogo, sostenendo che i rapporti possono migliorare e che nel dopo-Fidel Cuba potrebbe diventare democratica.

Gli esperti dell'America latina riscontrano nel discorso di Castro la psicosi dell'isolamento e la paura che Bush mediti di fargli fare la fine di Saddam Hussein. John Steinberg, l'ex vicedirettore del Consiglio di sicurezza nazionale, rileva che nel discorso Fidel se prende persino con la Spagna. Forse è preveggenza, perché poche ore dopo a Madrid migliaia di persone inscenano una dimostrazione per la democrazia a Cuba.

Ennio Caretto