Corriere della Sera, 28 aprile 2003
"Castro, l’abiura di Vargas Llosa e la cortigianeria di Márquez"
MILANO - "Mi fa piacere che la sinistra si sia accorta che Castro è uno stalinista. Queste improvvise dissociazioni mi fanno venire in mente un distico che Franco Fortini scrisse dopo l’invasione dell’Ungheria e le dimissioni di centinaia di dirigenti del partito comunista: "Approfittando dei fatti di Ungheria ci siamo rimessi sulla retta via". Ecco, ora c’è stata la guerra vittoriosa sull’Iraq, e tutti ne approfittano per smarcarsi da Fidel". Valerio Riva ha 73 anni ed è molto cambiato da quando, nel ’64, insieme a Giangiacomo Feltrinelli si insediò per mesi all’Avana con l’obiettivo di scrivere l’autobiografia di Castro, insieme a Carlos Franqui. Ex comunista, già fondatore del Gruppo ’63, ora è passato dall’altra parte della barricata: vota Berlusconi, scrive per il Giornale, considera l’egemonia culturale della sinistra "una mafia". Ma quando si tratta di bacchettare un sottosegretario del governo Berlusconi che sbarca all’Avana dimenticandosi di condannare il regime, non si tira indietro.
Quando ha capito che qualcosa non andava in Castro?
"Stavo scrivendo la sua autobiografia. Ricopiavo alcuni passaggi del suo famoso discorso al processo di Santiago. Lui prese la penna e cominciò a modificare alcuni brani. Protestai. Mi rispose: "Questa è roba mia, ne faccio quello che voglio"".
Lei ha creduto nella Revolución.
"Certo, in origine c’era una grande carica libertaria. Ma è finita quasi subito. Ricordo una notte a Madrid, in partenza per Cuba con Goffredo Parise. Difendevo Castro con passione, lui mi diceva: "Ma non lo capisci che è una imitazione di Mussolini?" Lo capivo, ma mi rifiutavo ancora di ammetterlo".
Quando lo ammise cosa accadde?
"Persi il lavoro alla Feltrinelli. A metà del ’68 scoprii che Giangiacomo era andato a Cuba per convincere il poeta Heberto Padilla a restare nell’isola, mentre io cercavo invece di convincerlo a scappare. Padilla fu arrestato, Feltrinelli promise di licenziarmi, in cambio ebbe i diritti in esclusiva mondiale del Diario del Che in Bolivia".
Il caso Padilla fu una svolta.
"Lo fu per molti intellettuali della sinistra europea. Come Régis Debray o Mario Vargas Llosa. Cambiarono idea. Llosa diventò anticastrista quando gli offrirono soldi per dedicare al Che un premio. Indicò la porta all’emissario di Castro".
Un esempio non molto seguito. Molti intellettuali hanno subito a lungo il fascino dell’Avana. In Italia ora arrivano gli appelli, come quelli firmati da Tabucchi e Fo.
"Questi appelli mi fanno un po’ ridere. Ma ben vengano anche se in ritardo. Ricordo l’esempio di Pasolini: fu inviato a visitare la Russia. Invece di descriverla come la nuova New York, la paragonò a un’immensa Garbatella. La cosa non piacque affatto al partito".
E Gabriel García Márquez?
"Un grande scrittore, un po’ sopravvalutato. Però anche codardo e cortigiano. Márquez è come D’Annunzio: subisce l’influenza del potere, è una debolezza umana".
La sinistra italiana sta cambiando le sue posizioni
"Sì, ma in ritardo perché è incapace di liberarsi dell’eredità stalinista. Anche se una parte della sinistra non ha mai amato Castro, magari per le ragioni sbagliate, come Amendola e Pajetta".
E ora?
"Adesso, a parte i comunisti italiani che non contano quasi nulla, è apprezzabile l’atteggiamento della sinistra moderata e liberale, che ha una posizione critica. Anche se poi c’è la doppia morale di Bassolino, che con una mano annulla il viaggio a Cuba con l’altra manda i suoi dirigenti a fare affari".
E Formigoni?
"Mi dispiace dirlo, ma è come Bassolino. Nel centrodestra, forse, i silenzi sono dovuti più all’ignoranza, alla scarsa dimestichezza con questi temi".
Allora cosa bisognerebbe fare? Annullare la cooperazione? Indurire l’embargo?
"L’embargo è una balla colossale, non ha mai funzionato. Ed è un falso argomento. Bisognerebbe cambiare atteggiamento. Prendiamo i turisti italiani: fanno finta di non vedere l’apartheid dei cubani. Sarebbe facile accorgersene: basterebbe andare sulle spiagge di Varadero, dove ai cubani è vietato l’ingresso".
Tornerà a Cuba?
"Sono persona non desiderata dal ’68. Il figlio di Giangiacomo, Carlo, mi offrì di tornarci tre anni fa. Però c’era una condizione: serviva una "piccola dichiarazione". Insomma un’abiura. Credo che aspetterò".
Alessandro Trocino