Avvenire, 11 maggio 2003

GLI ORRORI

Schiavitù, stupri e crocifissioni

Da Milano

È un vero e proprio catalogo degli orrori quello stilato ieri a Milano dal vescovo Macram Max Gassis. Con grande partecipazione sia nell'uditorio, sia in chi pronunciava parole che riportavano agli occhi quasi fotograficamente immagini di catechisti crocifissi o di donne stuprate per motivi etnici. Un odio che viene prima di qualsiasi considerazione politica e costituisce una vera e propria "strage degli innocenti davanti agli occhi del mondo civile e cristiano", così l'ha definita il presule sudanese. Una "persecuzione vera e propria" in barba a quegli "studiosi che cercano spiegazioni; loro pensano per noi e poi ci dicono che non è una questione religiosa. E allora cos'è?".

Una serie di fatti seguiti da un semplice, disarmante interrogativo: "Perché?", ha risuonato tra le volte della sala Schuster. Insegnamento obbligatorio dell'arabo nelle scuole, abolizione della domenica come giorno festivo in favore del venerdì, fino alle atrocità più clamorose come il catechista messo a morte mediante crocifissione, ma anche i villaggi e le opere parrocchiali bombardate e distrutte, i civili uccisi, tra i quali molti bambini. Per alcuni piccoli c'è poi un'altra, solo poco meno drammatica, sorte: la schiavitù. Il vescovo ha espresso i suoi dubbi sulla posizione di chi dice che non bisogna dare i circa 50 dollari che servono al riscatto, perché così si alimenterebbe un mercato, invitando a mettersi nei panni sia di quei bambini che aspettano di essere liberati, sia delle famiglie che li rivogliono, e per le quali la loro salvezza non ha prezzo.

Anche la libertà di espressione del pensiero è vilipesa. Il pastore ha mostrato una maglietta nera con due lottatori, lo sport preferito dai Nuba, e sul retro i loro monti stilizzati con una fiaccola e un sole che sorge. Lo slogan, in inglese e in arabo, recita "Autodeterminazione per il popolo Nuba del Sudan". Solo il fatto di indossarla è costato a un sacerdote dei guai seri. Visto che si rifiutava di toglierla, è stato condotto in prigione, maltrattato e costretto a tornare nella sua chiesa seminudo. Un'umiliazione che la dice lunga sulla sofferenza dei cristiani di quei luoghi.

Patimenti, ha detto con amarezza il presule africano, "che io e il mio gregge abbiamo dovuto patire sia dal regime dei fondamentalisti islamici, sia da coloro che ci hanno dimenticato o venduto per il prestigio o il petrolio". Eppure il Corano va studiato - la Conferenza episcopale dell'Africa orientale lo ha raccomandato - perché non si può dialogare e costruire pace senza conoscere l'altro. "Io al dialogo ci credo - ha concluso il pastore -, ma non a spese mie, della mia fede e dei miei principi morali".