Il Giornale, 14 maggio 2003
Il muro comunista
VALERIO RIVA
Esiste ancora l'egemonia comunista sulla cultura? Lo dico subito: la mia opinione è che esiste ancora, eccome. E fondamentalmente tale e quale, nonostante qualche provvisoria rimbellettatura, una sfarinata di fard, due strisciate di rossetto. Cercherò di dimostrarlo. Ma intanto sarà bene, a vantaggio del giovane lettore, ch'io faccia un passo indietro, da nonno quale sono. Cos'era, detta in spiccioli, l'egemonia comunista sulla cultura? Era quella bella costruzione ("gramsciana", si diceva) per cui in ogni casa editrice, in ogni redazione di giornale, in ogni dipartimento della radio e della televisione, perfino in ogni orchestra o compagnia di avant o retro spettacolo si annidava un piccolo esercito, più o meno dissimulato, di funzionari di partito che si incaricavano di custodire il "rispetto della linea". La "linea" del partito, naturalmente. E ovviamente il "partito" era quello comunista. Parlo di Milano, Torino, Roma, non di Mosca o Leningrado. Ancora di recente, un onest'uomo come Guido Davico Bonino ha riconosciuto che per esempio alla Einaudi, quando si parlava di "partito", il partito era per tutti uno solo, quello lì.
Ma lasciatemi scendere più sul personale. Quando io cominciai a lavorare in editoria (alla fine degli anni '40, e già dopo il 18 aprile!) in una casa di libri popolari (e di sinistra), trovai un correttore di bozze il cui compito era di rileggere attentamente i testi dei classici magari del Sette o dell'Ottocento e ogni volta che incontrava la parola Russia (la Russia degli Zar naturalmente) e tanto più locuzioni come "dispotismo russo", la "polizia russa", ecc., cancellare l'intera frase o addirittura il paragrafo. Potete immaginare cosa rimaneva di Tolstoj o di Cechov e persino e fu la scoperta che mi colpì di più dei Miserabili di Victor Hugo. Non parlo di Dostoevskji, perché quello non si pubblicava neanche.
Altro aneddoto. Quando alla Bompiani decisero di pubblicare uno splendido reportage sulla strage di Entebbe (dove erano stati trucidati degli israeliani presi come ostaggi) il caporedattore, che era il fratello di Achille Occhetto (è morto, poveretto, parce sepultis) organizzò uno sciopero generale che paralizzò la casa editrice per settimane e la portò quasi al fallimento. Più tardi, sempre alla Bompiani, quando con un sotterfugio Enrico Filippini riuscì a pubblicare un bellissimo libro dello scrittore cileno Jorge Edwards sulla sua esperienza all'Avana come ambasciatore di Allende, un'esperienza conclusa con l'espulsione come "persona non grata", appena i cekisti di turno si accorsero della manovra, ne boicottarono la distribuzione. L'unica presentazione del libro (per la quale era appositamente venuto l'autore fino da Santiago) fu fatta a Pavia, in una sala completamente vuota. Quando io fui costretto ad andarmene dalla Feltrinelli, portai con me almeno il manoscritto di Paradiso di Lezama Lima proibito all'Avana e che l'autore mi aveva affidato perché lo traducessi e lo pubblicassi in Italia. Paradiso uscì in prima edizione dal Saggiatore, e più tardi in pocket nella Bur di Rizzoli, sempre accompagnato da una mia prefazione in cui raccontavo le peripezie del manoscritto e le persecuzioni sofferte dall'autore da parte di Castro e della sua polizia. Anni dopo, quando Einaudi lo volle ripubblicare, per non dover pubblicare anche quella mia prefazione con quel che conteneva, fece ritradurre tutto il libro, completamente, da un emulo di Vincenzo Monti, gran traduttor dei traduttor di Omero
Ma non continuo con questi souvenirs (ne potrei riempire un libro intero). Vengo invece all'oggi. Esiste, dunque, ancora quella perniciosa "egemonia"? E i cekisti della cultura sono ancora al lavoro? Il muro di Berlino è caduto da dieci anni ma il muro dell'intolleranza comunista resiste? Sì, esiste. E resiste. E i cekist fanno ancora, ahimè, il loro sporco lavoro. Certo, ci sono molte differenze da una volta. L' "egemonia" d'allora si basava su una supposta "scientificità" della linea del partito. Scientifico, dunque ipso facto imprescindibile. Ora su quella "scientificità" non osa, ovviamente, scommettere più nessuno. Di linee, poi, non ne esiste più una sola. Come fare a orizzontarsi? Cos'è che si cancella? E di conseguenza anche l'egemonia si disgrega, cade a pezzi, rovina.
Però i cekisti sono sempre lì, sempre al lavoro. Non vogliono più essere chiamati comunisti. Si ammantano nelle bandiere della pace. Hanno smesso l'eskimo e si fregiano magari del distintivo del "revisionista". Ma sono sempre all'opera. Prendiamo per esempio il caso delle vittime italiane del gulag. Neanche il peggior cekista oserebbe più negare che nel gulag siano morti, a suo tempo, anche degli italiani. Si tratta però di dimostrare che le vittime erano dei bravi e buoni comunisti (o per lo meno "compagni" di sinistra) e che ad ammazzarli furono esclusivamente dei biechi russi sovietici. Se invece ti azzardi a chiedere perché mai dei comunisti italiani siano stati sterminati da dei comunisti russi; e se non ci sia stato qualcuno che li abbia mai denunciati alla Gpu; e se i delatori non fossero forse il signor Togliatti e la sua schiera di scherani e parenti (come hanno già esaurientemente raccontato coraggiosi e ormai defunti testimoni quali Dante Corneli, il povero Zaccaria eccetera), allora ti trovi davanti a un muro.
Chi ha pagato le ricerche sui comunisti italiani nei gulag? Chi ha scelto a chi dovessero andare quei soldi? Il ministero. Sarà forse stata un'ultima borsa decretata all'epoca dei Veltroni e delle Melandri. Non dico di no. Ma nessuno si è preso la briga, dopo, di verificare come quei soldi venivano spesi. Voltiamo pagina? Bene. Ci sono state in questi giorni molte polemiche intorno a un recente film sul delitto Moro, in cui su riprende e si esalta la tesi che a dare l'ordine di uccidere lo statista democristiano sarebbe stata la Cia. Ci si è indignati, giustamente. Ma non si è detto che il film ha avuto un finanziamento governativo di nove miliardi di vecchie lire. Guai a dirlo! Cosa si vuole? Mettere la museruola alla cultura? Fare un regime? Ma no, ma no, calma.
Dunque prendiamola da un'altra parte. Giù le museruole, bando a ogni idea di regime. Dico seriamente. Tuttavia cosa è stato fatto perché all'idea della vita culturale legata a quel tipo di egemonia non se ne contrapponesse un'altra, opposta, liberale? Spesso ci si è contentati di cambiare qualche dirigente al vertice di questa o quella istituzione culturale (pagando la decisione magari con scioperi). Ma non basta spostare qualche re o qualche regina, se poi a livello dell'ideologia delle pedine tutto rimane com'era prima.
Faccio un ultimo esempio. Certi amici del nord mi chiedono, gentilmente, un parere su un progetto di un grande convegno sulla storia del comunismo. Leggo, compulso. Benissimo, rispondo. Grandi, famosi studiosi invitati da tutto il mondo; temi eccitanti, le risposte che se ne aspettano tali da ingolosire. Ma come mai, please, non vi si parla mai del comunismo in Italia? O se ne parla solo in termini generici? Revisionismo au délà des Alpes, ma en déça? E' una storia vecchia: non l'abbiamo già sentita alcuni secoli fa? All'epocca di Calvino o di Erasmo? Oggi, se l'egemonia (per quanto rattoppata e in brendoli) non è morta, se i cekisti continuano imperterriti a fare il loro lavoro, la colpa non è forse anche nostra? O mi sbaglio?