Corriere della Sera, 28 maggio 2003

Il presidente brasiliano vuole un’alleanza con il vicino, per combattere fame e povertà

Lula lancia l’"asse del bene"

I leader dell’America Latina cercano l’unità celebrando l’argentino Kirchner

BUENOS AIRES - C’è Fidel Castro che riceve a Buenos Aires una accoglienza da rockstar. Il brasiliano Lula che suggerisce al neocollega Néstor Kirchner la creazione di un "asse del bene" tra i due grandi vicini. C’è il venezuelano Hugo Chávez che rialza la testa dopo aver piegato l’opposizione interna e sogna un continente "bolivariano". E il peruviano Alejandro Toledo che addirittura sfiora un vecchio tabù: e se non pagassimo il debito estero? Le cerimonie per un nuovo capo di Stato, insegna la diplomazia, non dovrebbero andare oltre le regole del protocollo: foto, strette di mano e dichiarazioni di circostanza degli ospiti. Così non è stato a Buenos Aires per l'insediamento di Kirchner, dove ognuno dei leader del continente se ne torna a casa con qualcosa da raccontare. Castro, per esempio, ha offerto a Buenos Aires una primizia: in 43 anni di potere non aveva mai parlato all'aria aperta fuori da Cuba. E' successo lunedì sera sulla scalinata della facoltà di diritto dell'università. Scelta obbligata, dopo che l'aula magna dove era prevista una sua conferenza è stata presa d'assalto da migliaia di persone. Per l'evento erano stati diffusi 300 inviti e si doveva cominciare alle 19. Ma non c'è stato nulla da fare. Questioni di sicurezza, per il líder maximo e la folla, hanno portato a un cambiamento in corsa del programma, con amplificatori e maxischermo all'aperto. Il leader cubano ha parlato per due ore e mezza, ricordando l'argentino Che Guevara e attaccando come di consueto "l'imperialismo nazifascista degli americani".

Ancora più rilevante è il fatto che Castro sia stato trattato con i guanti non soltanto dagli studenti argentini con le bandiere rosse, che hanno tappezzato la città con le sue foto, ma anche al Congresso argentino e dallo stesso Kirchner, che gli ha concesso l'udienza più lunga. Buona l'accoglienza anche per Hugo Chávez, che ha insistito sul suo sogno di una integrazione latinoamericana. Il presidente venezuelano indica in Luiz Inacio Lula da Silva la naturale leadership di una nuova America Latina, dietro cui non è difficile leggere la suggestione di un rapporto più duro con gli Stati Uniti e gli organismi internazionali. Ma Lula, il cui governo è attualmente in pieno idillio con i mercati e porta avanti un approccio assai cauto al cambiamento, se n’è tornato in Brasile evitando di farsi troppo coinvolgere nell’ondata di orgoglio latino. Citando l’idea di un "asse del bene" con Buenos Aires ha soltanto sfiorato la polemica con gli ambienti conservatori Usa, che alla vigilia della sua vittoria avevano paventato la nascita di un'alleanza "pericolosa" con Castro e Chávez.

Lula certamente vuole la rinascita del Mercosur, ma insiste che l'obiettivo dev'essere più economico che politico: lottare per l'abbattimento delle barriere commerciali dei paesi ricchi, creare meccanismi per combattere la fame e la miseria. Il presidente brasiliano, che comincia ad avere qualche problema interno da sinistra, rischia però di essere scavalcato addirittura da Kirchner, che nel discorso di insediamento ha chiuso sostanzialmente la porta ai creditori internazionali sulla questione del debito e sul piano interno ha proposto una ripresa tutta in chiave keynesiana e statalista.