Avvenire, 28 maggio 2003

"La guerra ha funzionato"

L’ex sottosegretario alla Difesa Frank Gaffney: "Oggi c’è una seconda generazione di terroristi di al-Qaeda"

Da Chicago Ivana Arnaldi

Ex sottosegretario alla Difesa del presidente Reagan, Frank J. Gaffney dirige il Centro della Politica della Sicurezza, a Washington. Il politologo fa parte dell’influente gruppo di studiosi definiti neoconservatori, artefici della nuova dottrina strategica di difesa statunitense. Le trenta pagine della nuova strategia, redatte dal National Security Council ed approvate da George W.Bush nel settembre 2000, hanno sostituito il noto Nsc-68 che, scritto nel 1950, sotto la direzione di Paul H.Nitze, definiva il contenimento politico e militare dell’Urss.

Coloro che avevano avversato la strategia preventiva in Iraq, hanno visto nella catena degli attentati terroristici, dall’Arabia Saudita al Marocco una conferma alla loro convinzione che la guerra avrebbe alimentato il terrorismo...

Il terrorismo islamico, purtroppo, è un serio pericolo non solo per l’Occidente ma anche per quei Paesi arabi che intendono aprirsi alla democrazia. Il Marocco e l’Arabia Saudita, per esempio, vengono considerati, dagli islamici radicali, sostenitori degli Stati Uniti. Non è un caso se, nel messaggio registrato del febbraio scorso, il fondatore di al-Qaeda aveva invitato i musulmani ad attaccare i "regimi asserviti all’America" indicando la Giordania, Marocco, Arabia Saudita, Pakistan, Yemen e Nigeria. L’islam radicale raccoglie consensi soprattutto in ambienti socioeconomici degradati, dove il 50 per cento della popolazione è analfabeta e molti vivono sotto la soglia di povertà. Questo islam sfrutta un terreno favorevole all’oscurantismo e lancia messaggi preoccupanti contro le donne, contro gli ebrei e a favore di una società governata dalla sharia.

Gli ultimi attacchi terroristici hanno riaperto il dibattito sulle cause del risentimento antioccidentale nel mondo arabo. Alcuni dicono che il terrorismo islamico è conseguenza dei torti subìti dall’Occidente. Altri sostengono che quel terrorismo è l’espressione di quel male endemico intrinseco a quel tipo di società. Chi ha ragione?

Gli europei, quando si confrontano con la minaccia islamica, rea le e diretta contro la loro civiltà, hanno la tendenza a relativizzare, ad ignorare e a minimizzare il pericolo. Questa politica dello struzzo l’abbiamo vista con il nazismo, con il comunismo ed ora con l’islamismo. Già prima dell’11 settembre, alcune teorie in voga a Parigi, parlavano di un declino fatale dell’islamismo legato al suo dissenso interno. Di recente, altri esperti continuano a parlarci di indebolimento, di smantellamento di al-Qaeda, grazie all’intervento americano in Afghanistan, in Pakistan. Al-Qaeda, invece, è riuscita a creare un seconda generazione di terroristi, impegnati a colpire quei Paesi musulmani che vivono di turismo. Punendo economicamente quei regimi, secondo loro "apostati", i terroristi ritengono di difendere le popolazioni musulmane dalle influenze pericolose dell’Occidente.

Il presidente Bush vuole garantire la sicurezza del popolo americano attraverso la liberazione e la democratizzazione del mondo arabo e islamico. Idea certamente affascinante. Ma non è rischioso questo ritorno all’idealismo wilsoniano?

George W.Bush è stato molto esplicito sui problemi della sicurezza e della lotta al terrorismo, quando ha affermato che il dissenso di alcuni Stati sulla linea strategica di difesa americana, di fatto, favorisce il terrorismo. Purtroppo, molti Paesi hanno ritenuto le sue parole una semplice retorica. Così Cina, Russia e Francia hanno bloccato le varie risoluzioni che gli Stati Uniti volevano far passare al Consiglio di sicurezza. In quel momento, di certo, quei Paesi speravano di continuare a mantenere le loro relazioni commerciali sia con gli Stati Uniti che con il regime iracheno. La nuova strategia di difesa preventiva statunitense in Iraq, ha sbaragliato le loro iniziative di contrasto.

Però, anche gli amici sud-coreani e giapponesi stanno tenendo lo stesso rapporto con la Corea del Nord...

Sì, ma non solo Sud Corea e Giappone. Il Brasile ha eletto un socialista estremista alla presidenza. Lula intende trasformare questa Regione, composta di democratici amici degli Stati Uniti, in un zona ostile e formare un "asse del male americano" con il Venezuela e Cuba. In Medioriente, i Paesi arabi moderati, come Egitto e Arabia Saudita, tollerano un proselitismo anti-israeliano e anti-occidentale, servendosi dei miliardi di dollari donati loro dai contribuenti americani. Per fortuna, il resto degli Stati amici condividono i valori Usa: tra questi, Turchia, Israele, Regno Unito, l’Australia e l’India. Con loro, Bush potrà mettere fine al terrorismo ma dovrà definire, chiaramente, chi è con e chi è contro di noi.