30/5/2003
I vescovi cubani vogliono libera stampa. E la praticano
In una lettera a un mensile di Roma rivelano le procedure con cui il regime vuole far tacere la Chiesa, senza riuscirci
di Sandro Magister
ROMA – Botta e risposta tra l’ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede e i vescovi dell’isola. Con i vescovi che per la prima volta mettono in pubblico le procedure soffocanti con le quali il regime di Fidel Castro tiene sotto controllo la Chiesa.
Ha cominciato in marzo l’ambasciatore Isidro Gómez Santos con un’intervista al mensile "30 Giorni" diretto da Giulio Andreotti.
In essa ha affermato che "a Cuba esiste una assoluta libertà religiosa".
Ha vantato che nell’isola "esistono 55 congregazioni religiose femminili e 22 maschili, più di quante erano all’inizio della rivoluzione".
Ha assicurato che c’è libertà di comunicazione. Piuttosto ha rimproverato alla Chiesa cubana di rifiutare di iscrivere nel registro del ministero della cultura più di 50 sue pubblicazioni.
Ebbene, a queste e ad altre affermazioni dell’ambasciatore, il direttivo della conferenza episcopale cubana, con a capo l’arcivescovo dell’Avana, cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino (nella foto), ha risposto con una lunga lettera pubblicata sul numero di maggio della medesima rivista edita a Roma, "30 Giorni".
Quanto alla libertà religiosa – scrivono i vescovi – "il signor ambasciatore, membro del partito comunista, ha un concetto di libertà religiosa in linea con la sua ideologia marxista, che non corrisponde a ciò che la Chiesa cattolica intende e insegna".
Perché la libertà di culto non basta. E tutto quello che eccede il culto "si scontra con numerose limitazioni; un esempio è l’impossibilità, da parte dei genitori, di scegliere il tipo di educazione che desiderano per i propri figli".
Quanto alla asserita indipendenza tra la Chiesa e lo Stato, i vescovi fanno parlare i fatti:
http://213.92.16.47/ESW_lista_chiesa/